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mercoledì 19 settembre 2018

Dall'America una nuova cura per l'autismo: i Google Glass. Giovanni Tommasini Notizie dall'altrove.



Digitalic.it del 16-09-2018



USA. Una nuova cura per l’autismo arriva dall’America ed è tecnologica, sono i Google Glass.
Da innovazione fenomenale a flop: la storia dei Google Glass, gli occhiali tech che avrebbero dovuto diventare uno strumento d’uso comune, era finita nel 2016 quando Google decise di interrompere la messa in vendita del prodotto a seguito dello scarso successo ottenuto. Ora i Google Glass potrebbero aver trovato una nuova funzione che li rende ancora una volta utili e rivoluzionari. Alcuni studiosi dell’università di Stanford hanno scoperto che questi occhiali tecnologici sono efficaci per i bambini affetti da autismo e hanno creato una nuova cura per l’autismo basata sugli smartglass.

Nuova cura per l’autismo: i Google Glass come terapia.
Secondo i dati pubblicati dall’università californiana di Stanford, negli Stati Uniti ci sono oltre un milione di bambini sotto i 17 anni affetti da autismo.
Questi giovani spesso non riescono a riconoscere le emozioni facciali dei propri interlocutori, rendendo ancora più difficili le interazioni sociali e lo sviluppo di amicizie.
Acquisire queste competenze richiede interventi comportamentali intensivi che sono spesso costosi e difficili da comprendere per i bambini e per i familiari.
“Il nostro team sta ricercando una soluzione a questo problema – hanno detto i ricercatori di Stanford nel sito creato appositamente http://autismglass.stanford.edu – abbiamo sviluppato un sistema che utilizza l’intelligenza artificiale per automatizzare il riconoscimento delle espressioni facciali grazie ai Google Glass. Il nostro nuovo sistema sfrutta la fotocamera rivolta verso l’esterno di questi occhiali tecnologici per leggere le espressioni facciali e fornisce spunti e risposte al bambino attraverso lo schermo. Registra anche la quantità e il tipo di contatto visivo, così da aggiungere un ulteriore livello per l’intervento comportamentale”.

Nuova cura per l’autismo dall’America: i Google Glass che riconoscono le emozioni.
Per merito del sistema di riconoscimento facciale creato dagli scienziati di Stanford, i Google Glass sono ora in grado di leggere le espressioni sul viso di chi si mette di fronte agli occhiali tech.
Ad ogni movimento delle guance, delle bocca o degli occhi, il sistema abbinerà una reazione umana tipica, come quelle di gioia, tristezza, paura o apprensione.
Sullo schermo interno, visibile dal bambino che indossa gli occhiali, apparirà la descrizione dell’espressione fatta dall’interlocutore. Per rendere il processo ancora più facile per i giovani utenti, sarà visualizzato un emoji rappresentante l’emozione riconosciuta.
Una emoticon che ride vorrà dire felicità, una con gli occhi chiusi sonno o distrazione. In questo modo i bambini nello spettro autistico saranno in grado di capire le emozioni delle persone intorno a loro, un procedimento che risulta spesso molto difficile per le persone affette da questa patologia. Indossare i Google Glass favorirà la comprensione delle emozioni altrui e rappresenta in questo modo una nuova cura per l’autismo.

Nuova cura per l’autismo: sono i Google Glass usati come terapia nel riconoscimento delle emozioni.
L’esperimento dei Google Glass con i bambini affetti da autismo ha avuto riscontri positivi anche dai diretti interessati.
“Ha aiutato nostro figlio a connettersi di più con la famiglia – ha detto la madre di un bambino al magazine NY Post – penso che questi occhiali siano un modo positivo per incoraggiare un ragazzo a guardare qualcun altro in faccia”. Un bambino al centro dell’esperimento ha voluto esprimere il suo parere: “Gli occhiali non sono una macchina in grado di leggere la mente, ma aiutano con le emozioni, riconoscendole. Credo davvero che questo aiuterà molto le persone autistiche”.
Se l’esperimento dell’università di Stanford dovesse rivelarsi in effetti funzionante e preciso, gli occhiali tech Google Glass tornerebbero di nuovo al centro delle attenzioni di tutto il mondo per il loro utilizzo nel campo della salute del futuro come terapia per l’autismo.

di Andrea Indiano – corrispondente dagli USA

Se vuoi leggere l'articolo originale clicca qui:
http://www.pressin.it/leggi.php?idarticolo=57050

Le sinossi dei miei primi cinque Ebooks.
https://giovannitommasiniedizioni.blogspot.com/2018/07/relazione-daiuto-quotidiana-resilienza.html

sabato 31 marzo 2018

La nuova edizione di Sono Cesare... tutto bene. Una relazione di reciproco aiuto. Sentire e Capire l'autismo. A cura della C1V C'era una volta Edizioni.




Seminario "Sentire e Capire l'autismo. La costruzione di una relazione d'aiuto".
Per informazioni e iniziative in merito giovannitommasini8@gmail.com o whattsapp 3481124999.










Tutti gli Eventi sulla pagina facebook del Salotto Culturale di Montale Rangone a cura di Gianni Casale.
Pensieri e Dintorni 
Il 5 Maggio l'incontro con l'autore di Sono Cesare... tutto bene. Giovanni Tommasini

La playlist su YouTube "Autismo e costruzione di una relazione d'aiuto" 

https://www.youtube.com/playlist?list=PLgdb1SYL-KcziLAV3DHFmUqQptQRM2ptd

Sto proponendo nelle scuole, università, associazioni, il seminario "Autismo e costruzione di una relazione d'aiuto", alla tua pregiatissima attenzione i temi trattati e la bibliografia di riferimento
https://giovannitommasiniedizioni.blogspot.it/2017/05/seminari-ainsped-autismo-e-costruzione.html

giovedì 24 novembre 2016

Le persone reali: oltre la diagnosi, la genetica e la neuropsichiatria «Siate esigenti con noi fin da quando siamo piccoli, fateci proposte intelligenti e i muri che sembriamo erigere, sappiatelo, chiedono solo di essere “affrescati” con l’aiuto di tutti, con splendidi e smaglianti colori»: a dirlo, durante il convegno di Firenze sulla sindrome X Fragile – la più frequente causa di disabilità intellettiva ereditaria – è stato Luca Razzauti, giovane adulto che ne è portatore e che studia e lavora con profitto. Le sue parole sintetizzano al meglio il senso di quell’evento: oltre la diagnosi, la genetica e la neuropsichiatra, serve innanzitutto attenzione alle persone reali

Le persone reali: oltre la diagnosi, la genetica e la neuropsichiatria

«Siate esigenti con noi fin da quando siamo piccoli, fateci proposte intelligenti e i muri che sembriamo erigere, sappiatelo, chiedono solo di essere “affrescati” con l’aiuto di tutti, con splendidi e smaglianti colori»: a dirlo, durante il convegno di Firenze sulla sindrome X Fragile – la più frequente causa di disabilità intellettiva ereditaria – è stato Luca Razzauti, giovane adulto che ne è portatore e che studia e lavora con profitto. Le sue parole sintetizzano al meglio il senso di quell’evento: oltre la diagnosi, la genetica e la neuropsichiatra, serve innanzitutto attenzione alle persone reali
Laurea di Luca Razzauti all'Università di Pisa
Luca Razzauti, giovane adulto con sindrome X Fragile, che ha portato la propria testimonianza al convegno di Firenze, qui fotografato mentre discute la sua tesi di laurea all’Università di Pisa

Gli aspetti genetici, clinici, pedagogici e esperienziali della sindrome dell’X Fragile, ovvero di quella che viene ritenuta come la più frequente causa di disabilità intellettiva ereditaria: è stato questo il senso dell’importante convegno intitolato X Fragile inedito. Oltre la diagnosi la vita. Autentica, svoltosi nei giorni scorsi presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Firenze, rivolgendosi a una platea composta da studenti futuri insegnanti curricolari o di sostegno e da famiglie toscane o provenienti da altre città italiane, evento durante il quale si è passato in rassegna a tutto tondo il mondo di questa sindrome, con il supporto di genetisti, biologi, pedagogisti e neuropsichiatri infantili, insieme alla presentazione di testimonianze di persone direttamente coinvolte e delle loro famiglie.
A moderare i lavori è stata Donatella Bertelli, presidente dell’Associazione Italiana Sindrome X Fragile, che introducendo la giornata ha dichiarato: «Oggi ancora troppi insegnanti non sono in grado di aprirsi alla diversità e questo porta gravi conseguenze: il danno cerebrale per la mancanza di questa proteina può essere infatti aiutato o danneggiato e siamo quindi felici di sapervi qui ad informarvi e formarvi sul mondo della X Fragile, per poter essere domani degli insegnanti accoglienti e incoraggianti».
«Un bambino che sarà poi un adulto con X Fragile – ha aggiunto Tamara Zappaterra, docente di Pedagogia Speciale dell’Università di Firenze – non è solo una lista di sintomi della sua condizione genetica, ma una persona che ha un futuro possibile. E tuttavia, per realizzarlo, deve avvalersi di un supporto favorevole dell’ambiente. Noi per primi, quindi, dobbiamo essere impegnati in una trasformazione che è soprattutto culturale e di mentalità”.
A dare il benvenuto alla platea era presente anche Silvia Fallani, presidente della Sezione Toscana dell’Associazione Italiana Sindrome X Fragile.
Per quanto riguarda l’area medico-scientifica, ad aprire gli interventi è stata Sabrina Giglio, genetista dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer e dell’Università di Firenze, che vi dirige la Struttura Operativa Dipartimentale Complessa di Genetica Medica. «Nelle differenze – ha spiegato – bisognerebbe cercare di cogliere tutte le potenzialità che questi ragazzi ci possono dare. La Sindrome X Fragile ha delle caratteristiche che devono essere conosciute, come la depressione infantile o l’ansia, che sono aspetti clinici veri e propri e non “capricci” o vissuto familiare complesso. Saperlo può fare la differenza. Le caratteristiche dell’X Fragile vanno capite soprattutto per chi ha una mutazione al 100%. Il nostro lavoro futuro è concentrato sulla stimolazione dei neurotrasmettitori che non hanno il supporto della proteina che li dovrebbe attivare. E si lavora in prospettiva anche sugli embrioni in cui si può intervenire sui geni, che si possono attivare e disattivare spegnendo quelli malati».
Silvia Guarducci, dirigente della medesima struttura di Giglio, ha parlato dei sintomi clinicidelle persone con sindrome X Fragile pre-mutate (ad esempio, le madri con figli a mutazione completa), tra cui la menopausa precoce, l’atrofia celebrale, i tremori e la perdita di coordinamento motorio. Una possibilità per le portatrici di pre-mutazione è quella della PMA (Procreazione Medicalmente Assistita), da quando una Sentenza dello scorso anno ha stabilito che l’accesso a questo tipo di trattamento sia garantito come diritto anche per le coppie a rischio genetico.
In tal senso, Elisabetta Coccia, professore associato di Ginecologia e Ostetricia, che opera all’Azienda Ospedaliera Careggi di Firenze, ove dirige la Struttura Operativa Dipartimentale rivolta proprio alla PMA, ha spiegato la propria esperienza in una Regione come la Toscana, eccellenza italiana per la Procreazione Medicalmente Assistita. «Per le donne pre-mutate – ha sottolineato -, ma anche con sindrome X Fragile, che hanno come prospettiva il rischio di menopausa precoce, poter congelare ovociti per una futura gravidanza diventa un fattore importante».
Dallo studio di Raffaella Tancredi dell’IRCCS Stella Maris di Calambrone (Pisa), sono emerse invece differenze tra i bambini pre-mutati e a mutazione completa in relazione ai profili psicopatologici trattati nella struttura in cui lavora: la sua relazione ha evidenziato differenze tra i maschi e le femmine, i primi maggiormente affetti da ADHD (disturbo da deficit di attenzione e dell’iperattività), le seconde con diagnosi di spettro autistico (questo contrariamente alla media per cui sono maggiormente i maschi a presentare questi tratti). «Abbiamo riscontrato inoltre – ha dichiarato – che le femmine hanno atteggiamenti più “internizzanti”, cioè disturbi rivolti contro la loro persona, come ansia, sbalzi di umore, irritabilità, depressione, mentre nei maschi sono più frequenti disturbi “esternalizzanti”, come l’aggressività, che possono cioè mettere in difficoltà l’ambiente circostante».
La relazione della citata Tamara Zappaterra si è concentrata infine sulla comunicazione della diagnosi, momento centrale nella vita delle famiglie con sindrome X Fragile: «Dalle esperienze ascoltate negli anni – ha affermato – è emersa, da parte del personale medico preposto alla comunicazione della condizione del figlio un’eccessiva sintesi, spiegazioni insufficienti, incompetenza o ruvidità. Questo evidentemente aggrava la durezza dell’impatto. Si è riscontrato, inoltre, che è importante parlare alla coppia con il figlio presente, anche se neonato e questo perché il dolore della comunicazione sia alleviato, caricandosene insieme e perché il bimbo deve essere subito visto come persona, non definito solo da un’etichetta diagnostica. Il bambino, infatti, non coincide con la sua disabilità. Negli ultimi studi si è riscontrato come il nucleo famiglia diventi un esempio di resilienza, e come la funzione della narrazione del proprio vissuto aiuti un’elaborazione che porta le famiglie in un percorso che va dal dolore iniziale ad un’accettazione del bambino reale con le sue difficoltà e a un cambio di prospettiva: non più problema e limite, ma risorsa».
La seconda parte del convegno ha dato ampio spazio, come accennato, alle testimonianze di persone con X Fragile e dei loro familiari, a partire da Luca Razzauti, giovane adulto con X Fragile, che ha parlato di sé attraverso lo strumento della comunicazione facilitata, avvalendosi cioè di un computer sul quale ha scritto la propria testimonianza.
Laureato all’Università di Pisa – come avevamo raccontato a suo tempo anche nel nostro giornale – Luca si è soffermato sull’importanza delle condizioni ambientali: «Ambiente favorevole – è stato il suo messaggio – significa possibilità di riuscita. L’Università è all’altezza del compito con tutor coetanei, insegnanti dalla mente aperta e familiari inossidabilmente fiduciosi. Io adesso vivo a Pisa per quattro giorni alla settimana con amici fantastici, quando sono lì la sera spesso vado a lavorare in pizzeria ed è motivo di orgoglio per me sentirmi al pari dei miei amici studenti-lavoratori». «Vi prego – ha concluso – siate esigenti con noi fin da quando siamo piccoli, fateci proposte intelligenti e i muri che sembriamo erigere, sappiatelo, chiedono solo di essere “affrescati” con l’aiuto di tutti, con splendidi e smaglianti colori».
Dal canto suo, Dina Biagoni ha raccontato l’esperienza del marito, che ha scoperto solo da anziano di essere portatore della sindrome X Fragile, dopo moltissima fatica nell’acquisizione di una diagnosi corretta: «Un vero calvario – ha detto – un percorso durante il quale nessuno sapeva cosa dirci».
E ancora, la famiglia di Lorenzo Vannucci ne ha raccontato i risultati all’evento di Boston di Special Olympics – il movimento internazionale dello sport particato da persone con disabilità intellettiva – cui il giovane ha partecipato con una squadra di canottaggio. Il tutto all’insegna della normalità e delle conquiste di una “vita speciale”.
Copertina di "Da grande farò il mostro o l'elefante" di Serena Cecconi
La copertina di “Da grande farò il mostro o l’elefante”, libro in cui Serena Cecconi racconta la sua storia di madre che ha due figlie con sindrome X Fragile
Tra le testimonianze delle famiglie, infine, c’è stata anche quella di Serena Cecconi, mamma romana di tre figlie, due delle quali con sindrome X Fragile. Nel suo libro Da grande farò il mostro o l’elefante racconta la vita con queste due figlie che sono come delle “sfere di cristallo”. «Questo libro – ha spiegato – è un mio sfogo, questa sindrome è discriminatoria, si comporta in modo diverso tra maschi e femmine. Il libro ha lo scopo di provocare. Nel mio caso la diagnosi è arrivata molto in ritardo e mi ha fatto incontrare negli anni camici bianchi prestati alla neuropsichiatria, ma il cui posto era “la macelleria”. La storia delle mie figlie ha un “lieto fine”: la più grande, infatti, è innamorata da sei anni e vive con il fidanzato a Torino, suona e ha realizzato nella vita quello che mai avrei osato credere, ma sono d’accordo con Luca Razzauti, bisogna proporre loro molto e stimolarli con cose intelligenti».
Dopo un excursus sulla recente Legge 112/16, meglio nota come Legge sul “Dopo di Noi”, da parte di Donatella Fantozzi, cultrice di Pedagogia Speciale all’Università di Firenze e responsabile del Settore Educazione di ANCI Toscana (Associazione Nazionale Comuni Italiani), l’ultimo capitolo affrontato durante il convegno è stato quello del lavoro, rispetto al quale hanno portato la propria esperienza due soci della Cooperativa Il Faro di Scandicci (Firenze), che si occupa di inserimenti lavorativi socio-terapeutici di persone con disabilità intellettiva, seguiti dal racconto di due giovani adulti della loro vita di lavoratori.
Ha concluso la giornata Alessia Brunetti, vicepresidente dell’Associazione Italiana Sindrome X Fragile, che ha raccontato la propria esperienza di madre con una diagnosi precocissima del figlio (a 20 giorni) e della sua necessità di andare oltre quell’etichetta – arrivata a 90 giorni di vita del figlio – che lo definiva come «invalido con totale e permanente inabilità lavorativa, con necessità di assistenza continua, non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita».
«Per lavorare a un futuro – ha spiegato – occorre sapere partire per tempo e gettare le basi di un lavoro che durerà tutta la vita. In altre parole, vogliamo una prognosi, non una diagnosi, per costruire un futuro in un progetto che metta al centro il pensiero dei nostri figli».
Proprio da questa necessità di “andare oltre” è nato il progetto Vedo Curriculum di cui Brunetti ha parlato così: «Con il bilancio di competenze e un video curriculum che parla a trecentosessanta gradi dei nostri figli, abbiamo capito anche noi le loro capacità, che vanno molto oltre una diagnosi di sindrome X Fragile. Questo lavoro aiuta le persone in età lavorativa a pensarsi come lavoratori e a capire le proprie potenzialità, e alla società serve per aprire gli occhi su di loro». (M.R. e S.B.)
Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@xfragile.net (Marta Rovagna).





In cerca di scrittura
(una provocatoria libertà)
di Silvia Bevilacqua

«Non capisco tutto e mi rallegro
persino che il mondo come un oceano
inquieto superi la mia capacità
di comprendere il senso dell’acqua, della pioggia,
 dei bagni nello Stagno del Fornaio […]»

Ode alla molteplicità, A. Zagajewski

La Postfazione di Silvia Bevilacqua

La scrittrice austriaca Ingerborg Bachmann in alcune interviste rilasciate fra gli anni 50 e 70 ci ha lasciato alcune importanti considerazioni circa il compito poetico del pensiero. Un compito che dovrebbe portare nelle esperienze di dolore degli altri perché «il pericoloso sviluppo di questo mondo moderno glielo sottrae» (Bachmann, In cerca di frasi vere, Bari, Laterza, 1989, p.7). Si tratta non solo di unintenzione autobiografica o intimista di dialogo interiore, ma ci permette di portare attenzione ad una possibile necessità etica, e se vogliamo politica, di una scrittura del ricordo. Lo sforzo è dunque quello di appellarsi, attraverso lesistenza del linguaggio, alla conoscenza di quello spazio in cui non si ha solo una vicinanza empatica o dimmedesimazione con il proprio vissuto, ma si raccoglie una rilevanza collettiva della memoria.
La storia dellaltro, oppure propria, diviene così ricordata e non rimossa. Riportata a quel dialogo comune che riarticola il senso delle cose, ne fa scaturire margini oscuri, ne assopisce o risveglia alcune luminosità e presuppone la presenza dellaltro o dellaltra, per essere ascoltata, compresa, trasformata. Dopotutto per scrivere ci si ferma a pensare, si scopre la fatica di trovare alcune parole che sappiano dire palesando così continuamente la paradossalità dellimpossibilità di dire, un gioco straordinario che ci mette nella disposizione a riconoscere che non siamo soli a parlare con noi stessi ma già plurali e insieme ad altri.
Non cloni ma meticci. Quellorigine, quel germoglio che non si riproduce per spezzamento e innesto ma diviene per fortuna nascita, molteplicità di nascite che, come diceva Arendt, è condizione dellumanità: essere nati per cominciare. Quando si va in cerca di scrittura forse si ricerca proprio questa generatività.
Una provocatoria libertà simile a quella di essere nascenti, non solo frammenti di un mondo capitati qui per caso, ma tessuti intrecciati che disperdono autorità, poteri, ruoli e identità.
La scrittura, così, ci concede quella libertà di fare esperienza di quellinsieme di eventi attraverso il pensare e, anche se già pensati, diventando così, felicemente, un qualcosa di più, di ulteriore, in cui siamo anche di più di quello che abbiamo detto o stiamo per dire.
Sperimentiamo così la posizione, lo sguardo e il punto di vista di chi «stava riuscendo a capire le parole, tutto quello che contenevano. Ma, nonostante tutto, aveva la sensazione che possedessero una porta falsa, nascosta attraverso cui sarebbe trovato il loro vero significato» (C. Lispector, Vicino al cuore selvaggio, Adelphi Milano, 2003, p. 54). Un rischio, come quello di essere liberi ripercorrendo e trovando legami, unesposizione che richiede la nostra attenzione a trovare temporaneamente una forma.
Non si può certo sottovalutare che la scrittura resti, sia lì, presente, nero su bianco, irrimediabilmente definita. Questa presunta fermezza è tuttavia un margine, una soglia, un confine che di qua ha la mano della scrittrice o dello scrittore e di là lo sguardo della lettrice o del lettore. Grazie a questi personaggi quel confine diviene labile, lì in quel punto nasceste, grazie alla magia di saper concatenare lettere e di vedere questo concatenamento, diviene la possibile ri-articolazione di mondi. Il lettore o la lettrice vedrà una forma scritta che potrà deformare e portare nel mondo con un giudizio, un punto di vista, un sentimento che la farà essere ancora. In questo senso, quella forma che tanto si va cercando è fragile, effimera, temporanea, anche se scritta.
La scrittura è un lungo discorso di cui, diceva W. Szymborska: «la prima frase è sempre la più difficile» e nasce, a mio avviso, da un qualcosa che non so, da una continuazione di domande, di imprecisioni e inciampi che temo, oggi, la contemporaneità voglia racchiudere in margini di sicurezza, domicilio e perfezione. La scrittura non sta al passo coi tempi, rallenta, aumenta, disloca asettiche verità, sinfila negli interstizi della realtà provando a confonderla per comprenderla. Quando questo accade è un improvviso momento, un momento di cui non si conosce mai linizio preciso ma che necessita di spazio per far sì che esso possa cominciare.
Cè qualcosa in cui credere e da perdonare nella scrittura è «la fede nelle forze segrete che sonnecchiano in ogni cosa e la convinzione che con laiuto di parole opportunamente scelte riuscirà a risvegliarle: il poeta (o la scrittrice aggiungo io) può anche aver conseguito in modo trionfale sette lauree, ma nel momento in cui si mette a scrivere luniforme del razionalismo comincia a stargli stretta. Ecco che allora si agita sbuffa, slaccia un bottone dopo laltro, finché non salta fuori dal suo vestitino []» (A. Bokont, J.Szczesna, Cianfrusaglie dal passato, Adelphi, Milano, 2015, p.172).
Paradossale, inoltre, che chi scrive quanto appena detto vada poi in cerca di dialogo, di pensiero non scritto, attraverso una pratica di filosofia insieme allinfanzia e ad altri mondi nellidea che questo possa permettere un proposito, quello della pluralità, linsieme, che anche qui «concede il cominciamento, ciò che permette linterruzione dellordinarietà, la sospensione della metodicità, lemergere di sensibilità rivoluzionarie» (a cura di S. Bevilacqua, P. Casarin, Philosophy for children in gioco. Esperienze di Filosofia a scuola: le bambine e i bambini (ci) pensano, Mimesis, Udine/Milano, 2016, p. 61).


Per visitare il sito insieme di pratiche filosoficamente autonome





Una vita senza


Giovanni Tommasini


Per tutti i bambini e i loro genitori...



SIRENE

Non erano riusciti a capire il misto assunto.
Un sinistro cocktail...
In un bicchiere, tutta la famiglia sciolta nellacqua.
Ora, in lui.
Il cassetto delle medicine aperto, ogni confezione vuota.
Niente più.
Disteso tra il lavandino e la vasca da bagno, pallido, magrissimo, accoccolato su un diario, le sue braccia, ancora vive, lo difendevano, stringevano. In loro era rimasta energia: non riuscirono facilmente a togliere quelle pagine dalle sue mani.
È scivolato! ai soccorritori dissero così i genitori, che indicarono il corridoio, la porta in fondo...
Chiusa, da dentro.
Impronte di calci e pugni sul pannello esterno.
Respirava ancora, qualche parola ogni tanto.
Uscendo dal portone le braccia si sciolsero, lasciandosi andare sino a toccare terra.
Il barelliere ripose il diario sul suo petto, il respiro si aprì in lunghi sospiri.
Le mani lo ripresero con sé.
Le sirene lo portarono in salvo.



Iniziare dalla fine
Tommasini?
Sì, pronto...
Il consultorio familiare. Si ricorda? Cesare e tutte le altre assistenze familiari quando lei era studente universitario. Abbiamo bisogno di vederla, è l'unico che ci è venuto in mente. Vorremmo proporle di prendersi cura di un ragazzo, non riusciamo a capire perché ha cercato la fine.  Anche lui Scienze Politiche, mancava solo lultimo esame. Ora è fuori pericolo, ma al suo risveglio vorremmo ci fosse lei ad accoglierlo, ad accompagnarlo nel ritorno alla vita.
Mi spieghi meglio, che succede?
Abbiamo un diario, pensiamo sia lunica possibilità per comprendere il gesto e il motivo. A noi è apparso un tentativo di salvezza, di fuga, e con lei vorremmo proporre, costruire, un inizio partendo dalla fine. Le chiediamo di leggerlo, prima del suo risveglio.
Posso andare a trovarlo?
Certo, si chiama Giovanni.

Era lì, di fronte a me. Tra noi un vetro, come quello per i nascituri.
Fuori da tutto, finalmente.
Sentivo sollievo, stranamente non riuscivo a soffrire dinanzi a quellimmagine: il suo diario nelle mie mani, il suo viso nei miei occhi.
Nessuno era venuto prima di me a trovarlo. Nessuno.
Una trasparenza ci separava, mi attendevano le sue parole, al suo risveglio mi avrebbero chiamato.
Avrei infranto quel labile vitreo confine, per raccogliere assieme i frantumi delle nostre vite e creare nuovi sguardi sulla vita.
Evitando le schegge che inevitabilmente avrebbero tentato di colpirci, nuovamente.
Percorrendo il lungo corridoio verso luscita, quelle pagine iniziarono a bruciare nella mia mano.
Ecco il suo documento, la chiameremo noi.
Lasciato lospedale, ritornato in strada, una luce, misto di sole e mare, mi fece perdere i sensi per un solo attimo, per tornare in me con una palingenetica sensazione.
Non ero uscito da solo... Era entrato in me, eravamo di nuovo assieme.
Giovanni, il passato va svelato, ripensato, accettato, altrimenti non rimane che ripeterlo, nessuna possibilità di scelta per il futuro.
Ciò che avrei voluto dirgli, ora che ero stato di fronte a lui.
Sentire e capire, avendolo a lungo osservato disteso su quel letto, dopo lultima battaglia persa, in attesa del suo ritorno.
Cercare linizio partendo dalla fine: solo questo mi portai via dal primo incontro.
I pensieri volarono a quei fogli. Dovevo solo attendere e leggere, senza fretta.
Un viaggio senza conoscere la meta finale.
Le prime parole, intanto, sul filobus, verso Pian di Poma, sul diamante della mia giovinezza: la terra rossa, lerba da accarezzare e le sue pagine.
Parole rare e preziose come una ferita, mai dette, subite, mai ripetute, confessate. La paura fossero vere, insostenibili, enormi.


Ci saranno le parole per tutto questo?

Non riuscii più a interrompere la lettura.
Una testimonianza, una confessione, una liberazione.
Un rincorrersi, cercare rifugio nella creazione di un testo, creare un senso, risorgere da un vuoto che rapisce.
Leggevo, vivevo le parole di Giovanni e in me esplodeva un testo, profondo, nascosto, mai scritto.
Pagine senza data, un affastellamento di eventi allapparenza inesprimibili, incomprensibili, drammaticamente incancellabili.

Non mi rimanete che voi, pagine bianche, chiedo a Voi, almeno a Voi, accoglienza, ascolto, per far nascere ciò che non riesco a vivere, tenere in me.
Inizierò da quella mattina in cui il male uscì, per la prima volta, da quel portone.
Troverò le parole per dar voce allinferno quotidiano che mi esplode dentro e mi porta lontano, sempre più estraneo a me stesso.
Quel giorno avrei potuto dirlo, ma non avevo ancora individuato le giuste parole per esprimere il perché mi trovavo lì, di fronte a quel dottore.
Lo rividi il mese dopo per sentirmi comunicare che era andato tutto a posto.
Questo avrei voluto dire: Mi avete tolto il gesso ma in gabbia sono rimasto io. Mi hanno inciso lanima, scalfito i sogni, spento il sorriso. Strappato ogni  pagina più bella, accartocciata e buttata nel cesso. Ma è venuto il momento di riprenderle tutte. E i conti li faremo alla fine...
Ora scrivo io.


...................






Giovanni Tommasini, nato il 16/10 1966 a Sanremo.

Educatore domiciliare dal 1990.

Si laurea nel 1994 in Scienze Politiche all'università degli studi di Genova.

Lavora dal 1994 in qualità di Educatore per disabili intellettivi e relazionali presso l'Anffas di Genova.

Scrittore dal 2013.

La sua opera prima L'arte del baseball. Casa editrice Chinasky. 

Autori di testi su tematiche di cultura sportiva per la casa editrice G.D'Anna Firenze. 

Responsabile e autore del DVD LA SCUOLA DEL BASEBALL. DALL'INVENZIONE ALLA PRATICA. IL BASEBALL PER TUTTI casa editrice G.D'Anna. 

Editore e autore indipendente dal 2014. 

Opere in autoproduzione. 

- Sono Cesare... Tutto... Bene. Una relazione di reciproco. Libro e Ebook 

- La scrittura emotiva. Io, scrittore per caso. Ebook 

- Una Vita senza. Quotidiana resilienza. Una provocatoria libertà in cerca di scrittura emotiva. Libro e Ebook. 

Titolare unico della P.E.R.O Progetti Editoriali Realizzati Onestamente a cura di Giovanni Tommasini. 

Miei riferimenti personali giovannitommasini8@gmail.com - 3481124999

Blog Giovanni Tommasini Edizioni 







Frammenti  da UNA VITA SENZA

Quotidiana resilienza 

Una provocatoria libertà in cerca di scrittura 

Un misto di sentimenti contrastanti.
Finita di bere laranciata, iniziavano a litigare.
Un groppo in gola. Insostenibilità assoluta.
Passioni adulte, brucianti, oramai una droga, una dipendenza.
Non sopportavo più la quiete, un rapporto affascinante con la passionalità, nato e cresciuto nella violenza, fisica e verbale, ormai lunica dialettica possibile.
I pochi momenti di quiete vissuti come un pericoloso ritorno al nulla...
In mancanza di un persecutore, diventai il boia di me stesso, procurandomi il familiare dolore, mettendo in scena lo spartito familiare fuori di casa.
A scuola, niente aveva più senso.
Entrato nella socialità tutto veniva decodificato con un unico obiettivo: ricreare linferno.
Cercavo laltro, ne avevo bisogno, per vivere altri mondi, tentare di stare al mondo con toni morbidi, uno di fronte allaltro, invece di un eterno braccio di ferro, uno sopra e uno sotto.
Ma vinceva la scena madre, mi sentivo rapito da ciò che avevo appena lasciato.
Allasilo, a scuola, pertanto vivevo ribaltato.
Mi era precluso di accogliere una realtà piana, senza scosse, non capivo.
Nessuno mi aggrediva, ma io stavo comunque male, troppo.
La mia attenzione era assorbita dal mio dolore.
In allarme, sempre.
In difesa. 
Pronto a reagire, comunque.










Solo ora inizio a pensare che un bambino salva chiunque, in qualche modo consapevole della propria debolezza e inferiorità non solo fisica.
E tutto ciò che un bambino non riesce a capire, tradurre in parole, viene assorbito in soluzioni chimiche, in memorie emozionali che agiscono in lui come un telecomando collegato a mine inesplose.
Bombe interiori a orologeria.
Una volta riusciti a evadere, il pensiero di essere fuori da tutto.
Ma in noi un terreno minato, pronto alla detonazione.
Affido a te, caro diario, lo sminamento, il tentativo di trovare le parole per la rivelazione di ciò che è stato e sciogliere queste soluzioni esplosive.
In tua assenza, e al culmine di tensioni insostenibili, era lei che mi metteva in guardia, un fulmine che portava i pensieri in orbita: la vocina.
Falla finita! Ammazzati! Scemo, scemo, scemo, il cancro, scemo... Ammazzati, Ammazzali... Scappa, scappa, falla finita! Non esisti, scemo, scemo, scemo... Sparisci, dai solo fastidio! Cosa stai a fare al mondo... (veloce, spietata, acuta, cattiva, dittatoriale, a tirar fendenti nella mia testa, conficcata nel cervello).
Ripeteva ossessivamente gli insulti paterni, pretendendo, ordinando, una soluzione finale.
Riuscivo a respirare solo volgendo il mio sguardo su di loro, dimenticando me stesso.
Pomeriggi infiniti in attesa del loro ritorno dal lavoro, in preda al panico, a spasmi, con la sensazione di sparire nel nulla, essere risucchiato dal vuoto.
Era sicuramente preferibile la loro presenza, metterli nelle migliori condizioni per esprimere tutta la loro tonicità.
Prima pensa a loro, para i colpi, prevedi le loro mosse, tienili occupati in ogni modo, ma portali verso di te, in qualsiasi modo, falli divertire, sfogare, arriverà il giorno in cui potrai uscire da quella porta e non tornare più...

Lincontro
Ancora poche pagine...
Chiusi il diario, bastava e avanzava.
Era stato chiaro.
Tommasini, ha letto il diario?
Ho dato unocchiata...
Abbiamo parlato con i genitori, non si spiegano il gesto, ottime persone, il papà dirigente in banca, la mamma, donna in gamba, istruttrice di guida. Hanno pensato di lasciarlo tranquillo, in ospedale non è andato ancora nessuno. Si è svegliato, potrebbe andare lei per presentarsi, iniziare a conoscervi.
Va bene. Vado e poi vi dirò. Il diario lo tengo io, me lo farò raccontare e, magari, lo rileggeremo assieme.
Ci faccia sapere... Stava per laurearsi, nessuno riesce a darsi una risposta, una spiegazione... Una famiglia così tranquilla, per bene, cosa sarà passato per la testa di quel bel ragazzo?! Era da poco tornato a Sanremo per finire la tesi e sostenere lultimo esame...
Mi bastava, o forse no.
Il diario aveva ancora pagine dense di significato, ma Giovanni si era svegliato, il mio tempo era terminato, era giusto così.
Incontrarsi, conoscersi.
Ora toccava a lui.
Le sue parole non mi avevano fatto soffrire, erano state la sua salvezza.
La rabbia spaventa, le parole risolvono, sciolgono, permettono il ritorno alla luce.
Quella di Giovanni una confessione onesta, precisa, per collocare ogni cosa al proprio posto, i protagonisti con lo sguardo rivolto dalla parte giusta.
A ognuno la sua parte.
Ritornai a percorrere quel lungo corridoio dospedale. In fondo, la sua camera.
Dovrei andare a trovare Giovanni.
Tommasini?
Sì, sono io.
Ci hanno informato... Mi può lasciare un documento?
Ecco.
Ah, ok, ho capito... Vada pure, lo troverà facilmente, poi passi di nuovo da qui, per avere il vostro riconoscimento, come farebbe Senza...
Grazie.
Andai, senza saper dove. Lo trovai seduto sul letto, come se mi aspettasse.
Ciao!
Chi sei?
Tommasini.
Io sono Giovanni, che vuoi da me?
Mi hanno dato il tuo diario, quello che tenevi abbracciato. Te lho riportato...
Lhai letto?
Sì, fino a un certo punto. Ho preferito smettere di leggerlo quando mi hanno chiamato per dirmi che stavi meglio, era possibile venire a trovarti e conoscerci. Mi manca la fine.
Perché?  Che ti interessa? Cosa ci fai qui?
Ti hanno trovato in bagno, svenuto, vorrebbero capire cosa è successo, io sono un educatore, magari possiamo parlarne...






Il sogno di una vita. 

Un diario. 

Una provocatoria libertà in cerca di scrittura.

Un dialogo interiore.

Il racconto di una quotidiana resilienza.

La ricerca della fine per trovare il proprio inizio.

Un percorso che porta dalla stanza di un ospedale alla notte prima della Laurea.

Una confessione spietata e la scelta di una vita senza.

...... 

Non so se, dopo aver finito di scrivere questo diario, riuscirò ancora a buttare quel bicchiere e tirare via l'acqua, se avrò ancora voglia di vedere come sarebbe andata a finire. Chi, alla fine, diventerà il vincitore e chi il vinto, chi la vittima, chi il carnefice e se ci sarà un salvatore.
Per ora, caro diario mio, posso confidarti che è andata sempre peggio perché non è vero che meno per meno fa più.
Ma, prima, voglio raccontarti come sono arrivato sino a qui, cercando tutte le parole per descrivere il mio inferno, sino all'ultima e poi non so che sarà di noi, di me e delle tue pagine.
Tu che stai leggendo il presente diario ricorda che nessuno è riuscito a fare di meglio, che la vita va da sé e ognuno fa quel che può.

.......


La pelle che scotta, il rossore che con il tempo si tramuta in marrone, i segni della sua furia su di me.
Una pioggia di spilli il frizzio delle sue mani sulla mia epidermide, come si conficcassero tutti assieme.
Iniziavo ad avere una strana confidenza con quel linguaggio.
Unico modo per stare assieme, attirarmelo.
Un contatto.
La realtà, finalmente.






Postfazione a cura di Silvia Bevilacqua. 

Insieme di pratiche filosoficamente autonome. 

Foto di copertina Maurizio Sapia


Per Contattarmi 


.......... 

 Mi bastava, o forse no.
Il diario aveva ancora pagine dense di significato, ma Giovanni si era svegliato, il mio tempo era terminato, era giusto così.
Incontrarsi, conoscersi.
Ora toccava a lui.
Le sue parole non mi avevano fatto soffrire, erano state la sua salvezza.
La rabbia spaventa, le parole risolvono, sciolgono, permettono il ritorno alla luce.
Quella di Giovanni una confessione onesta, precisa, per collocare ogni cosa al proprio posto, i protagonisti con lo sguardo rivolto dalla parte giusta.
A ognuno la sua parte.
Ritornai a percorrere quel lungo corridoio dospedale. In fondo, la sua camera.
Dovrei andare a trovare Giovanni.
Tommasini?
Sì, sono io.
Ci hanno informato... Mi può lasciare un documento?
Ecco.
Ah, ok, ho capito... Vada pure, lo troverà facilmente, poi passi di nuovo da qui, per avere il vostro riconoscimento, come farebbe Senza...
Grazie.
Andai, senza saper dove. Lo trovai seduto sul letto, come se mi aspettasse.
Ciao!
Chi sei?
Tommasini.
Io sono Giovanni, che vuoi da me?
Mi hanno dato il tuo diario, quello che tenevi abbracciato. Te l'ho riportato...
L'hai letto?
Sì, fino a un certo punto. Ho preferito smettere di leggerlo quando mi hanno chiamato per dirmi che stavi meglio, era possibile venire a trovarti e conoscerci. Mi manca la fine.
Perché?  Che ti interessa? Cosa ci fai qui?
Ti hanno trovato in bagno, svenuto, vorrebbero capire cosa è successo, io sono un educatore, magari possiamo parlarne...

..........








LA BANALITÀ DEL BENE

Un rapporto banale tra padre e figlio.
La banalità del bene.
Per me, un vero e proprio antipasto di un pranzo al quale non ero mai stato invitato.
Guardarsi negli occhi, vedere i propri genitori innamorati del proprio bambino.
Sentire una voce familiare che, con il sorriso, ti propone di fare qualcosa assieme, condividere tempo e spazio con gioia.
Non riuscivo nemmeno a immaginarlo.

.........

Non sopportavo più la quiete, un rapporto affascinante con la passionalità, nato e cresciuto nella violenza, fisica e verbale, ormai lunica dialettica possibile.
I pochi momenti di quiete vissuti come un pericoloso ritorno al nulla...
In mancanza di un persecutore, diventai il boia di me stesso, procurandomi il familiare dolore, mettendo in scena lo spartito familiare fuori di casa.
A scuola, niente aveva più senso.
Entrato nella socialità tutto veniva decodificato con un unico obiettivo: ricreare l'inferno.
Cercavo l'altro, ne avevo bisogno, per vivere altri mondi, tentare di stare al mondo con toni morbidi, uno di fronte all'altro, invece di un eterno braccio di ferro, uno sopra e uno sotto.
Ma vinceva la scena madre, mi sentivo rapito da ciò che avevo appena lasciato.
All'asilo, a scuola, pertanto vivevo ribaltato.
Mi era precluso di accogliere una realtà piana, senza scosse, non capivo.
Nessuno mi aggrediva, ma io stavo comunque male, troppo.
La mia attenzione era assorbita dal mio dolore.
In allarme, sempre.
In difesa.
Pronto a reagire, comunque.
Cosa sai fare, cosa hai studiato?, mai: Come stai?
Mi bastava il mio nome scritto sul registro, esistevo.
Una barchetta alla deriva...
Dei compiti, dei voti, delle regole per stare in classe non mi interessava. A nessuno interessava delle mia regole, il mio compito.
Sino alla terza media la cartella non entrò mai in casa, veniva posata sul pianerottolo. Nessuno mai mi chiese cosa contenesse, come stesse andando.
Un bambino allo sbaraglio.






La mia mano nella sua. I suoi occhi nei miei. Tutti e due lo sapevamo. Ma era meglio  fingere.Perché non era ancora il momento per la verità.
Come potevo rispondere al medico?
“Come hai fatto a ridurti così la mano? Lo vedi quell’osso? E’ spezzato in due. Non è facile rompere proprio quello…”
Il medico di guardia mise la lastra su uno schermo bianco, lattiginoso, sembrava pieno di nebbia.
Come quella che avevo in testa.
Sentivo pulsare la mia mano, come stringessi il cuore nel pugno. 
Assieme a me le mie due coinquiline.
Mia mamma e la mia gemella.
Come potevo dare una risposta.
Non potevo confessarlo, non riuscivo neanche io a crederci.
Avevo lasciato la cameretta in disordine.
Si scatenò il solito inferno.
Quel corridoio, il tam tam dei passi verso di me.
Ora eravamo tutti lì, in quella stanza d’ospedale, di fronte a noi la mia mano aperta, nuda e quell’osso diviso in due.
Nell’aria lo schiocco come di una lama.
Il contatto con il vetro e si accese l’immagine dell’incubo appena vissuto.
L’ennesimo.
Poco prima. A casa.
Accucciato per terra e loro addosso.
L’unico approdo alla realtà, a darmele di santa ragione.
Poi quel piede, che per fermare il mio tentativo di fuga mi fece scoppiare la mano tra la suola e il pavimento di marmo, piatto, inesorabile, come quel vetro illuminato davanti ai miei occhi.
La mia età da pochi anni in doppia cifra.
Non mi avevamo rotto solo un osso della mano.
Il medico mi guardò e niente fu più come prima. Non c’era più niente da vedere, da dire. Si era spenta la luce.
Tornando a casa, in macchina, sdraiato in lacrime sul sedile posteriore, guardavo quel gesso.
In me una certezza cresceva.
Ero sicuro.
Un mese non sarebbe bastato.
Una vita forse.











SIRENE

Non erano riusciti a capire il misto assunto.
Tutte insieme.
In un bicchiere, tutta la famiglia sciolta nell’acqua.
Ora in lui.
Il cassetto delle medicine aperto, ogni confezione vuota..
E niente più.
Disteso tra il lavandino e la vasca da bagno.
Pallido, magrissimo, abbracciato ad un diario.
Le sue braccia, ancora vive, lo difendevano, stringevano, in loro era rimasta energia, non riuscirono facilmente a togliere quelle pagine dalle sue mani.
“E’ scivolato”.
Ai soccorritori dissero così.
I genitori, che indicarono il corridoio, la porta in fondo
Chiusa.
Da dentro.
Impronte di calci e pugni sul pannello esterno.
Respirava ancora.
Qualche parola ogni tanto.
Uscendo dal portone le braccia si sciolsero, lasciandosi andare sino a toccare terra.
Il barelliere ripose il diario sul suo petto, il respiro si aprì in lunghi sospiri.
Le mani lo ripresero con sè.
Le sirene lo portarono in salvo.


Da bozza UNA VITA SENZA - Quotidiana resilienza


In uscita ad ottobre Libro & Ebook 




Scheggia da Bozza - UNA VITA SENZA - Quotidiana resilienza



Mi sentivo morire 

UNA VITA SENZA 

Quotidiana resilienza

Mi sentivo morire.
Scappavo in camera soffocato dalla rabbia, in preda a convulsioni.
Un’unica lucida consapevolezza, non era possibile ammazzarli, il bisogno della  loro presenza mi portava a pensare, sentenziare, che comunque avessero ragione.
Era giusto così, mi meritavo tutto il peggio fino ad allora vissuto.
Solo ora inizio a pensare che un bambino salva chiunque, in qualche modo consapevole della propria debolezza e inferiorità non solo fisica.
E tutto ciò che un bambino non riesce a capire, tradurre in parole, viene assorbito in soluzioni chimiche, in memorie emozionali che agiscono in lui come un telecomando collegato a mine inesplose.

Prossimamente disponibile Libro e Ebook

Giovanni Tommasini

L'altro siamo Noi




Non so se, dopo aver finito di scrivere questo diario, riuscirò ancora a buttare quel bicchiere e tirare l’acqua.
Non so se avrò ancora voglia di vedere come sarebbe andata a finire. Chi alla fine diventerà il vincitore e chi il vinto. Chi la vittima, chi il carnefice e se ci sarà un salvatore.
Per ora, caro diario mio, posso scriverti che è andata sempre peggio perché non è vero che meno per meno fa più.
Ma prima voglio raccontarti come sono arrivato sino a qui, cercando tutte le parole per descrivere il mio inferno, sino all’ultima e poi non so che sarà di noi, di me e delle tue pagine.
Ma tu che stai leggendo questo diario ricorda che nessuno è riuscito a fare di meglio che così, la vita va da sé ed ognuno fa quel che può.
Io posso e voglio fare questo. Lasciare le mie parole su questi fogli bianchi che sono l’unica cosa pulita e vera che dalla mia nascita ho incontrato. L’unica accoglienza trovata.
Tutti hanno fatto ciò che per loro era meglio pensando lo fosse anche per l’altro. Che, o lo vedi o lo spegni.
L’altro siamo noi.







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