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martedì 15 maggio 2018

Aggressività e relazione d'aiuto. Un'esperienza e delle riflessioni in merito.





Negli ultimi trent'anni, per fortuna, è cambiata l'analisi del sistema famiglia nei confronti delle implicazioni delle relazioni familiari come causa effetto sui comportamenti problema del figlio disabile.
Tutti, famigliari e addetti al lavoro d'aiuto ad ogni livello di relazione con la persona aiutata (dall'educatore direttamente coinvolto nella relazione d'aiuto, ai professionisti con i quali analizzare l'esperienza e costruire un "piano di aiuto") ricordano la teoria colpevolizzante e assolutamente fuori luogo della " mamma frigorifero ".
Cosa è meglio fare, prevedere, mettere in campo, nei confronti di gravi problemi comportamentali quali le crisi psicomotorie con espressione di aggressività nei confronti di se stessi e dell'Altro da parte della persona che si cerca di aiutare a vivere meglio, più serenamente e nel reciproco riconoscimento, la relazione con l'Altro?
Quali i motivi per cui l'applicazione di modelli e strategie con un marcato approccio comportamentale sembrano alle volte non aiutare alla diminuzione della intensità sia nella espressione della aggressività nei momenti di " crisi" sia nella frequenza nel tempo?
Due prime risposte possono essere proposte per una comune riflessione.
La prima considerazione è la preminenza del "metodo", della tecnica messa al servizio della ricerca di risoluzione del comportamento problema, rispetto alle caratteristiche proprie della persona, educatore nel mio caso, che va a intervenire sul comportamento problema.
Sembra che poco serva al fine del cambiamento un approccio da " tecnico del comportamento " ma sia altresì necessario aver acquisito qualità umane e di gestione della relazione d'aiuto molto raffinate.
Ci si dimentica per cui, concentrandosi sulla "tecnica" o modello da applicare, delle caratteristiche della personalità di chi si può definire un buon "modificatore del comportamento".
Capacità di osservazione delle dinamiche che possono essere state determinanti per l'inizio e lo sviluppo della "crisi".
Vedere obiettivi a lungo termine senza farsi scoraggiare da iniziali fallimenti nell'aiutare la persona.
Procedere per minimi obiettivi da consolidare una volta ottenuti.
Capacità percettive che o si hanno o non si hanno. Cioè riuscire a cogliere con un sistema di raccolta dati appropriato anche i minimi segnali di miglioramento, non solo attendersi macroscopici cambiamenti che distolgono l'attenzione e l'osservazione di particolari che possono dare all'aiuto e all'intervento riflessioni e direzioni importanti nella costruzione di una relazione (intesa come intervento educativo da progettare fuori dall'esperienza in supervisione e équipe multidisciplinare) sempre più centrata sull'aiutato.
Sicuramente è necessario non far confusione tra se stessi e il proprio "ruolo" , avere creciuto in se stessi una sufficiente "indipendenza psicologica" tale da avere sempre presente la strada da percorrere assieme e la missione da compiere a prescindere dai risultati ottenuti nel qui e ora.
Per cui capacità di persistenza e costanza e fiducia nel credere che nessun comportamento, anche quello che sembra evidentemente immodificabile, sia impossibile da cambiare con un approccio pieno di Accoglienza, Attenzione e Ascolto di se stessi e dall'Altro.
Capacità di distacco per vedere le dinamiche in atto "dall'alto" fuori dal "tutto o niente" proposto dal comportamento problema.
La possibilità quindi di aiutare veramente non scendendo "personalmente" nelle dinamiche proprie della logica aggressiva sia su se stessi o sull'altro.
Un atteggiamento "pro attivo " per vivere meglio e non fissarsi solo su quello "reattivo".
Il comportamento problema viene a rappresentare un vero e proprio motivo relazionale basato su un ricatto di fondo. O stai con me perché prima o poi accade questo o non stai con me.
È nel saper proporre alternative a questo tutto o niente la capacità di proporre nuovi orizzonti relazionali. Con la possibilità di rimediare al comportamento problema e " vedere " vantaggi nella diminuzione della frequenza e intensità del comportamento.
Spesso nel comportamento problema il soggetto che lo mette in atto lo vede come una unica e disperata possibilità di avvicinare a se persone care con un tornaconto di "richiesta di presa in carico di se stesso" incomprensibile se ci si ferma alla "reazione" all'acting.
Comunque l'argomento è molto articolato e fonte di profonde e articolate riflessioni.
Lascio un video in cui racconto un episodio in cui propongo alla persona autistica che mi aveva aggredito pesantemente la possibilità di "rimediare".
Con un ulteriore messaggio post aggressione. Io ci sono, con te continuo a condividere il tuo spazio e tempo, a prescindere dagli eventi, per costruire assieme il nostro spazio e tempo. La riproposizione di un'esperienza di Relazione basata sulla reciprocità, comprensione e riconoscimento e condivisione delle proprie diversità e relative umanità. 

Per approfondire argomento Aggressività e relazione d'aiuto, il video "Una vittoria paradossale" propone un'ulteriore riflessione. 



Si parla sempre della quiete dopo la tempesta. Il nostro primo obiettivo era che la quiete fosse interrotta da qualsiasi cosa, ma permettesse a Cesare di percepire la mia presenza, si voltasse da quel muro bianco e diventassi io il muro con cui confrontarsi. Iniziarono momenti di aggressività, sfida, insulti, contatti fisici, tanto improvvisi quanto violenti. Era talmente importante per noi che Cesare uscisse dal mondo per entrare in contatto con il "nostro" che tutto ciò era festeggiato come un vero e proprio successo. Si procedeva per minimi obiettivi, che una volta raggiunti andavano pian piano consolidati.
Il primo era stato raggiunto. Entrare in contatto. Il prossimo ottenere è mantenere il più a lungo possibile il contatto oculare. Guardarsi negli occhi il più possibile. Come ci riuscimmo? 
Alla prossima puntata. Per chiudere.... 
La mia fortuna essere stato seguito da persone ONESTE intellettualmente e emotivamente, aver lavorato insieme sulla realtà delle situazioni vissute.
Per far ciò, capire e decodificare l'esperienza, a mio parere ci sono tre cose da fare. 
Una analisi personale, per far crescere la consapevolezza di sé stessi, entrare in contatto con il proprio mondo interiore, creare un dialogo sempre più chiaro e onesto con sé stessi , come fare se no ad entrare in contatto con la realtà altrui, avere un dialogo con l'Altro. 
Momenti di supervisione, pensare e ripensare assieme alla restituzione dell'osservazione della realtà per progettare approcci futuri diversi e più. 
La formazione culturale. Curiosamente andare a sviluppare i temi che la realtà ci propone. Leggendo libri, saggi, partecipando a corsi di formazione. 

Per organizzare il seminario clicca sul link qui sotto


La vera storia di una relazione d'aiuto reciprocamente e intensamente vissuta tra un educatore e un bambino autistico.

Seminario "Sentire e Capire l'autismo. La costruzione di una relazione d'aiuto".

Per informazioni e iniziative in merito 

giovannitommasini8@gmail.com o whattsapp 3481124999.










com

sabato 20 gennaio 2018

Persone con disabilità, invisibili anche in campagna elettorale? Giovanni Tommasini notizie dall'altrove.



Oggi Avvenire apre con un coraggioso editoriale –

 “Tante promesse e un vero scandalo. Invalidi dimenticati” 

– di Francesco Riccardi. Il
quotidiano è l’unico che in queste prime battute di campagna
elettorale abbia indicato con desolante chiarezza l’assenza del tema
della disabilità nei programmi di partiti e movimenti che si
presentano agli italiani.

Attira l’attenzione il giornalista sull’importo emblematico della
pensione riservata agli invalidi civili, quei 282 euro così lontani
dai minimi pensionistici richiesti o promessi per altre situazioni.

La disabilità, proprio a causa dell’esclusione che le persone e le
famiglie subiscono, proprio a causa dell’inadeguatezza di servizi di
sostegno a domicilio, proprio a causa di maggiori costi che rimangono
a loro carico, proprio a causa dell’esclusione, rinuncia,
marginalizzazione nel mondo del lavoro, è una delle prime cause di
impoverimento. E non solo economico.

È quindi condivisibile la sorpresa di Riccardi: come mai questa
sperequazione, questa marginalità non entrano nei programmi elettorali
con la stessa enfasi di altre promesse?

Ma le lacune sono ancora più ampie e vanno al di là della legittima e
sostenibile istanza, che condividiamo, di un adeguamento, congruo e
selettivo, delle pensioni agli invalidi. È l’abbandono e la lentezza
delle politiche per la disabilità che sono la dimostrazione
dell’assenza di una visione inclusiva della nostra società, delle
nostre comunità. È la delega (che non è tale) alle famiglie, al
volontariato, al buon cuore dell’assistenza, della cura riparatoria e
consolatoria, che poco ha a che spartire con i diritti umani, con la
possibilità di partecipare in condizioni di pari opportunità.

Quel risibile ed offensivo importo è solo l’aspetto più evidente.
Manca un piano per la non autosufficienza per aggredire lo stato in
cui versano milioni di persone con necessità di supporto intensivo.
Mancano interventi seri (non prese in giro come quelle previste
nell’ultima legge di bilancio) che non solo valorizzino i caregiver
familiari, ma prevedano coperture previdenziali e di malattia certe.
Mancano robuste misure di welfare aziendale, di flessibilità
lavorativa che evitino ai familiari, in particolare alle donne, di
dover abbandonare il lavoro per assistere un familiare. Manca la
volontà di sostenere progetti per la vita indipendente delle persone
con disabilità, anche di quelle solo parzialmente in grado di
autodeterminarsi.

Ma prima ancora è assente dalla prospettiva immediata una radicale
revisione dei percorsi di riconoscimento della condizione di
disabilità. Oggi è ancora una modalità improntata al pregiudizio e
alle distorsioni: la persona con disabilità è un potenziale
truffatore, un furbetto. Oppure è un malato da proteggere e da cui
proteggersi. Non è una risorsa, non è una persona con le sue
caratteristiche o le sue peculiarità. Il risultato è un percorso
kafkiano, costoso, conflittuale, inutile a descrivere le diverse
situazioni personali e a contribuire a costruire un progetto di vita e
a realizzarlo con strumenti e misure adeguate.

E per tacere di tutto ciò che rimane perennemente procrastinato e che
rende faticosa e umiliante la quotidianità delle persone con
disabilità: politiche e servizi per l’inclusione lavorativa,
fruibilità dei sistemi di trasporto pubblico locale, accessibilità di
ausili tecnologicamente avanzati, accessibilità alle risorse
culturali, qualità dell’inclusione scolastica e molto altro di una
lista che appare lacrimevole quanto lettera morta.

Su ciascuno di questi intrecciati risvolti vi sono, anche da parte
della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, proposte
sostenibili, riflessioni articolate, volontà di partecipare, ma se
prevale la disattenzione e il silenzio, un reale cambiamento continua
ad appartenere al mondo dei sogni.

La FISH, anche per non dare adito ad alibi di sorta, ha pubblicato nel
proprio sito (www.fishonlus.it) un appello alle forze politiche per un
impegno concreto sulla disabilità.



17 gennaio 2018



FISH - Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap

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