martedì 12 giugno 2018

Una Vita senza. Una storia di quotidiana resilienza. Resilienza, violenza su minori, Famiglia e Relazioni, Memorie, Biografia, Educazione, infanzia negata, maltrattamenti su minori. Un libro di Giovanni Tommasini.


 “Una vita senza” secondo Davide Piserà


La ricerca della felicità, qual è la strada giusta da seguire? Una famiglia felice, coccole e dialogo. È quello che si legge su tutti i libri di fiabe, in tutti i manuali di pedagogia e psicologia che si studiano all’università, negli opuscoli distribuiti nelle strade. Ma è sempre così?
L’opera “Una vita senza”, di Giovanni Tommasini, può essere introdotta con un’emblematica frase di Oscar Wilde: «I figli iniziano amando i loro genitori, in seguito li giudicano. Raramente, se non mai, li perdonano».
Credo che il punto d’inizio sia proprio questo, l’amore di un bambino verso i genitori che non viene ricambiato, anzi, viene utilizzato come ariete per infliggere in esso dubbi, insicurezze, paure ed ansia. Un’ansia frenetica e continua, che non lascia spazio a dialoghi, chiarimenti e tregue psicologiche, ma che logora sia la mente che il corpo costringendo il soggetto a rifugiarsi nella scrittura o nei dialoghi immaginari con figure evanescenti con la speranza che lo portino via dalla patologica prigione di vetro in cui è nato.
Conoscendo l’autore, ho avuto modo di arricchire la lettura del libro in anteprima insieme ad elementi autobiografici corposi e di grande spessore umano; il risultato è stato un grande arricchimento professionale ed umano nel campo della relazione d’aiuto.
“Conoscersi per poter Conoscere” è un paradigma essenziale delle Scienze Pedagogiche, con le tre “A” sintetizzate dall’autore: “Ascolto”; “Accoglienza”; “Attenzione”, le quali insieme alle tre “S”, ossia: “Sapere”; “Saper fare”; “Saper essere” generano le fondamenta che aprono le strade ai sentieri della vita. Giovanni comincia con la rievocazione dei ricordi, anche quelli più complessi e dolorosi, con una lucida analisi descrittiva, come se stesse parlando in terza persona (cosa che poi effettivamente farà ad un certo punto del racconto), riscoprendo il sé bambino e dialogando con lui.
Il libro “Una vita senza” si legge tutto d’un fiato, il linguaggio è scorrevole, secco ed essenziale. Molti periodi, volutamente brevi, lasciano spazio al lettore ad immaginare le situazioni, immergendolo nel pieno degli episodi. Avere a che fare con una famiglia problematica e violenta provoca profonde cicatrici nell’animo umano, da cui si protraggono anni ed anni di cure educativo-comportamentali, psicologiche ed alcune volte psichiatriche; fin troppe volte ho visto entrare ed uscire dal mio ufficio minori ed adulti assuefatti da barbiturici e psicofarmaci, oppure consumati dalle droghe finendo pedine nelle mani dalla criminalità organizzata, con l’incoscienza nell’essere vittime predestinate di quella prigione di specchi che vanno via via frantumandosi, a piccoli pezzi, e si conficcano nel sistema nervoso, distruggendo la loro vita, limitando quella di altri.
Ma con Giovanni è stato diverso. Egli sin da bambino trasforma le angherie in forza interiore, la violenza fisica e mentale in ascolto e dialogo, la all’epoca primordiale scrittura emotiva in libri di grande spessore. Giovanni non è uno dei tanti sopravvissuti, ma un uomo che ha scelto di vivere e che non si è piegato alle ipocrisie della nostra cieca società, poiché Giovanni svolge il mestiere di Educatore. Ed ha scelto di farlo con gli “invisibili”; i disabili. Affrontando le grandi paure del nostro tempo, ossia “il diverso”, l’estraneo, il malato. Ecco la sofferenza che diviene “resilienza”, il connubio di elementi istintivi, affettivi, emotivi e cognitivi che forgiano un carattere capace di assorbire gli urti mantenendosi integro nel tempo. Giovanni trasporta il proprio, profondo, rispetto per la vita anteponendo l’essere umano prima del caso clinico o patologico; ecco spiegato il segreto della sua profonda capacità empatica.
Parafrasando Jung ne “Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche”, la capacità empatica dell’autore di coinvolgere il lettore si chiarisce in un grande insegnamento: «Non sei capace di amare, se non ami te stesso […]. Se riuscirai ad amare te stesso, ti troverai già sulla strada dell’altruismo. Amare se stessi è un compito così difficile e sgradevole che, se riesci a fare una cosa del genere, potrai riuscire ad amare anche i rospi, poiché l’animale più disgustoso è di gran lunga migliore di te».
Il capitolo conclusivo del volume, il giorno della laurea, è una chiara rappresentazione pedagogica del concetto di resilienza. Un oramai giovane uomo, un professore di grande spessore umano, una tesi impeccabile, nessuno ad assisterne la discussione, un futuro ignoto che non fa più tanta paura… o forse fa meno paura del passato, il quale continua a bussare alla porta della mente e del cuore generando una forte malinconia. La quale è assai tangibile di pagina in pagina, ma che, forse, è necessaria per rievocare determinati ricordi.
“Una vita senza” è anche un potente messaggio ai giovani, poiché oggi la società impedisce ad essi di vivere la loro fanciullezza, li bombarda di messaggi pubblicitari, spesso subliminali, che li spingono a crescere sempre più in fretta, lontano dalle priorità della loro età, come il gioco e la scuola, come l’affetto familiare e il “piacere della scoperta”. Sono, in sintesi, bambini costretti a divenire adulti pre-termine i quali non riescono a identificare il proprio ruolo nella società, finendo con l’essere piatti emotivamente e consoni alla logica del gruppo, inteso come nucleo che “omologa personalità omologate”, tipico dell’“epoca delle passioni tristi” in cui noi pedagogisti ed educatori siamo chiamati ad operare come esperti dell’educazione continua.
I media e la gioventù sono oggi divenuti un binomio indissolubile, i “nativi digitali” utilizzano il web e gli smartphone come una parte di sé, vivendo immersi in logiche commerciali d’interesse per il consumo di massa e di totale disinteresse per il mondo dell’istruzione e del sociale.  La stessa “valorizzazione di sé”, la soggettività, è divenuta un qualcosa di oscuro da tenere distante, perché il “noi” dà sicurezza, mentre l’“io” impaurisce, comporta delle responsabilità. Ecco perché questo libro è potente, ed ecco perché va diffuso nelle scuole. Oltre il nichilismo, oltre il deserto emotivo da combattere, oltre il proprio egocentrismo, esiste l’amare la vita. Salvare un singolo ragazzo significa avere speranza di rendere libera una generazione. Una libertà che l’autore si è conquistato gradino dopo gradino, “step by step”, combattendo i mostri che offuscavano la sua mente, uscendone vincitore.
M. Gennari, nell’opera “Trattato di Pedagogia Generale”, scrive: «“L’uomo misterioso esito creaturale e/o misterioso compimento evolutivo permane al cospetto di se stesso. Se trova la forza e la capacità di penetrarsi con il proprio sguardo interno, può scoprirsi portatore, nella sua essenza, del mistero.[…] L’esperienza creativa del viaggio dentro e oltre se stesso fa dell’uomo un soggetto che si cerca nella sua sostanza profonda, composta anche di quella coscienza dove si radica ogni conoscenza. Rivendicare l’essenza umana del soggetto ha il valore proprio del fondare l’uomo nell’animo e nell’umanità».
D’altronde, come Kant insegna: «Il pensare che la natura umana possa diventare sempre più progredita, mediante l’educazione, è cosa meravigliosa».
Una canzone ha accompagnato la mia lettura di “Una vita senza”, nella quale ho trovato una profonda corrispondenza con i contenuti. Johnny Cash, ne “I see a darkness” sembra descrivere il libro; forse perché anch’esso testimone di un’infanzia infelice che, però, lascia una profonda speranza, e commuove chi l’ascolta, un po’ come mi ha commosso il libro:
“Well, you're my friend and can you see / Many times we've been out drinkin' / Many times we've shared our thoughts / But did you ever, ever notice, the kind of thoughts I got? / Well, you know I have a love, a love for everyone / I know. And you know I have a drive to live, I won't let go. /
But can you see this opposition comes rising up sometimes? / That it's dreadful imposition, comes blacking in my mind. / And that I see a darkness. / Did you know how much I love you? /
Is a hope that somehow you, /Can save me from this darkness. / Well, I hope that someday, buddy, / we have peace in our lives. / Together or apart, alone or with our wives. / And we can stop our whoring and pull the smiles inside. / And light it up forever and never go to sleep.
My best unbeaten brother, this isn't all / I see”.
DR. DAVIDE PISERA’


mercoledì 23 maggio 2018

Il significato della rabbia, delle aggressioni, in relazione d'aiuto con un bambino autistico. La restituzione di un'esperienza.




Si parla sempre della quiete dopo la tempesta. Il nostro primo obiettivo: che la quiete fosse interrotta da qualsiasi cosa, ma permettesse a Cesare di percepire la mia presenza, si voltasse da quel muro bianco e diventassi io il muro con cui confrontarsi. Iniziarono momenti di aggressività, sfida, insulti, contatti fisici, tanto improvvisi quanto violenti. Era talmente importante per noi che Cesare uscisse dal mondo per entrare in contatto con il "nostro" che tutto ciò era festeggiato come un vero e proprio successo. Si procedeva per minimi obiettivi, che una volta raggiunti andavano pian piano consolidati.
Il primo era stato raggiunto. Entrare in contatto. Il prossimo ottenere è mantenere il più a lungo possibile il contatto oculare. Guardarsi negli occhi il più possibile. Come ci riuscimmo? 
Alla prossima puntata. Per chiudere.... 
La mia fortuna essere stato seguito da persone ONESTE intellettualmente e emotivamente, aver lavorato insieme sulla realtà delle situazioni vissute.
Per far ciò, capire e decodificare l'esperienza, a mio parere ci sono tre cose da fare. 
Una analisi personale, per far crescere la consapevolezza di sé stessi, entrare in contatto con il proprio mondo interiore, creare un dialogo sempre più chiaro e onesto con sé stessi , come fare se no ad entrare in contatto con la realtà altrui, avere un dialogo con l'Altro. 
Momenti di supervisione, pensare e ripensare assieme alla restituzione dell'osservazione della realtà per progettare approcci futuri diversi e più. 
La formazione culturale. Curiosamente andare a sviluppare i temi che la realtà ci propone. Leggendo libri, saggi, partecipando a corsi di formazione. 
Onestà intellettuale, relazione d'aiuto, Autismo, una cattedra e la metafora della bambola rotta.


Aggressività, relazione d'aiuto, Autismo, un errore e la possibilità di una riparazione. 








Per organizzare il seminario clicca sul link qui sotto



"Autismo e costruzione di una relazione d'aiuto. Sentire e Capire l'autismo"



La vera storia di una relazione d'aiuto reciprocamente e intensamente vissuta tra un educatore e un bambino autistico.

Per informazioni e iniziative in merito 

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Tratto dal libro



Sono Cesare... tutto bene! Una relazione di reciproco aiuto. Sentire e Capire l'autismo



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giovedì 17 maggio 2018

Onestà intellettuale, relazione d'aiuto, Autismo e la metafora della bambola rotta.




Onestà intellettuale, relazione d'aiuto, Autismo e la metafora della bambola rotta. 

È difficile per me restituire il piacere di poter collaborare e scambiare contributi al fine di migliorare sempre più l'inclusione, l'accoglienza, l'attenzione e l'ascolto delle famiglie e dei figli disabili intellettivi e relazionali nel mondo attuale in cui sembra che il vero Autismo con il quale confrontarsi sia non quello delle persone definite tali ma ciò che incontriamo una volta usciti dal portone di  casa. 
Ho molto a cuore l'argomento in quanto è parte centrale della mia  vita da ormai trent'anni nella mia attività di assistenza domiciliare. 
Il tema che rilevo e che le vostre argomentazioni mi rivelano è un aspetto fondamentale per poter dare un vero, autentico e rispettoso aiuto. 
Ed è in due parole L'ONESTÀ INTELLETTUALE. 
La disponibilità a mettere in relazione tutti coloro che hanno a cuore una crescita culturale e di presa di coscienza del riconoscimento, in questi caso, delle persone che vivono, come si dice, nello "spettro autistico". Fuori dal giudizio e competizioni tra scuole di pensiero la disponibilità a integrare le diverse forme di analisi e approccio alle problematiche inerenti la vita quotidiana vissuta dalle famiglie coinvolte e dei loro figli (e tutti coloro che ne sono interessati, scuola, quartiere, parenti, amici  ecc.ecc.). 
Il mio approccio è umanistico nella misura in cui non mi propongo di spiegare alcunché ma solamente di restituire, testimoniare e mettere a disposizione il mio esperito per poi assieme a interlocutori diversi e "onesti intellettualmente" cercare di tradurlo per essere meglio riproposto in prospettive relazionali diverse e articolate al fine di favorire una sempre maggiore Inclusione nella vita quotidiana di realtà che spesso sono destinate a una solitudine immotivata e fonte di profonde sofferenze da parte di tutte le persone coinvolte. 
Vi scrivo ciò in quanto ho avuto la fortuna di avere incontrato e lavorato sin dalla mia prima assistenza domiciliare  dei referenti che mi hanno assistito e guidato con grande "onestà intellettuale". 
Faccio, per ora è in questa mail,  solo riferimento alla responsabile del consultorio familiare che mi ha accolto nel 1990 per propormi il primo "caso" da seguire e assistere, un bellissimo bambino definito autistico di undici anni,  e il dottor Roberto Soriani con il quale ho avuto modo di collaborare in supervisione per una decina di anni durante i quindici anni di assistenza domiciliare per Cesare. 
Ho potuto far esperienza di quanto rara e preziosa sia la mission della professione d'aiuto, di quanto sia un lavoro "artigianale" e a mio parere "artistico" la "costruzione di una relazione d'aiuto".
Uno psichiatra della salute mentale ASL 3 Genova che mi chiede per favore di "aiutarlo a capire Cesare e cosa sia l'autismo, se va visto come una fortezza vuota o altrimenti una fortezza piena" (e gli risposi "piena, di tutto l'umano possibile") un intellettuale raffinato che usava la scrivania come un piano relazionale sul quale restituire l'esperienza e guardarla assieme per trovare sguardi nuovi, nuove parole per descriverla, per tornare da Cesare e proporre e aprire nuove finestre sulla realtà. 
Vi propongo la lettera di prefazione "Soffrire assieme" che il dottor Roberto Soriani mi ha scritto per il mio progetto editoriale testimonianza e restituzione dell'esperienza di una vita vissuta in relazione d'aiuto. 

Lettera di prefazione “Soffrire insieme”

Caro Giovanni,
che piacere risentirti dopo tutto questo tempo!
Ancor di più sapendo che stai bene e ti sia buttato in una nuova impresa!
Non sono più di tanto sorpreso, devo scrivere, poiché nel tempo mi sono abituato al fatto che tu sia un “uomo dalle mille risorse”.
Certo non mi sarei aspettato di ritrovarti scrittore anche se, come ti definisci tu, “per caso”.
Ho accettato con piacere di leggere il tuo progetto sulla tua storia con Cesare e... Che bello!
Complimenti, sei stato molto bravo, come al solito potrei dire...
Ѐ stato un piacere rileggere la storia di Cesare, e capire, ancor meglio, che cosa è successo in quel lasso di tempo e, grazie al tuo scritto, capire anche perché è potuto accadere...
Devo dire, anzitutto, che mi hanno colpito la lucidità, la semplicità e, nel contempo, la
profondità di quanto sei andato a descrivere; con poche, semplici parole sei riuscito a dipingere un mondo che appare ancora oggi strano e misterioso, quello dell’autismo.
Mi è venuto spontaneo domandarmi cosa ha funzionato così bene nella vostra relazione e cosa ha permesso di arrivare dove siete arrivati.
La prima risposta è stata: l’EMPATIA!
Questa è una strana parola, talvolta abusata, spesso poco compresa.
Leggendo la storia che tu hai scritto, se ne comprende bene il significato, a partire dalla sua etimologia: “Soffrire assieme”. Cesare ti ha permesso di entrare nel suo mondo perché ha sentito che anche tu avevi sofferto e potevi così comprendere quello che lui provava.
E poi ti ha “fatto soffrire”, mettendoti alla prova, testando la tua capacità di tollerare anche le sue sofferenze.
Solo dopo averlo fatto ha potuto fidarsi e, quindi, affidarsi.
La seconda è stata la tua “NON PAURA”. Bada bene: non è il coraggio.
Ѐ il fatto di non esserti fatto spaventare dai mostri che popolavano il mondo di Cesare
di averli saputi affrontare accanto a lui, dimostrandogli che potevano, se non essere sconfitti definitivamente, almeno essere neutralizzati.
Perché lo hai potuto fare?
Un po’ per la tua incoscienza dettata
dall’inesperienza professionale, ma
soprattutto perché hai saputo guardarti dentro, scoprire che anche tu avevi dei mostri e li avevi neutralizzati…
In definitiva, quindi, è stata la tua grande onestà emotiva e intellettuale a permetterti di ottenere i risultati che, assieme a Cesare, hai conseguito.
Sono contento di avere lavorato con te, di aver potuto rileggere la storia e di scrivere queste cose.
Continua a essere te stesso, ad avere la stessa onestà e a combattere i mostri che popolano il nostro mondo.

Il carissimo Roberto.
Dott. Roberto Soriani Psichiatra
Salute mentale - ASL3 Liguria

Vi propongo altresì il video "Onestà intellettuale, relazione d'aiuto, Autismo e la metafora della bambola rotta" per descrivere cosa mi ha passato Onestamente la responsabile del consultorio familiare nel primo incontro di presentazione della relazione d'aiuto che avrei cercato di costruire (mi proposero tre mesi di osservazione anticipandomi di accettare la probabile impossibilità del compito)  tre volte a settimana per tre ore con Cesare.

Per organizzare il seminario


La vera storia di una relazione d'aiuto reciprocamente e intensamente vissuta tra un educatore e un bambino autistico.

Seminario "Sentire e Capire l'autismo. La costruzione di una relazione d'aiuto".

Per informazioni e iniziative in merito 

giovannitommasini8@gmail.com o whattsapp 3481124999.



Tratto dal libro



martedì 15 maggio 2018

Aggressività e relazione d'aiuto. Un'esperienza e delle riflessioni in merito.





Negli ultimi trent'anni, per fortuna, è cambiata l'analisi del sistema famiglia nei confronti delle implicazioni delle relazioni familiari come causa effetto sui comportamenti problema del figlio disabile.
Tutti, famigliari e addetti al lavoro d'aiuto ad ogni livello di relazione con la persona aiutata (dall'educatore direttamente coinvolto nella relazione d'aiuto, ai professionisti con i quali analizzare l'esperienza e costruire un "piano di aiuto") ricordano la teoria colpevolizzante e assolutamente fuori luogo della " mamma frigorifero ".
Cosa è meglio fare, prevedere, mettere in campo, nei confronti di gravi problemi comportamentali quali le crisi psicomotorie con espressione di aggressività nei confronti di se stessi e dell'Altro da parte della persona che si cerca di aiutare a vivere meglio, più serenamente e nel reciproco riconoscimento, la relazione con l'Altro?
Quali i motivi per cui l'applicazione di modelli e strategie con un marcato approccio comportamentale sembrano alle volte non aiutare alla diminuzione della intensità sia nella espressione della aggressività nei momenti di " crisi" sia nella frequenza nel tempo?
Due prime risposte possono essere proposte per una comune riflessione.
La prima considerazione è la preminenza del "metodo", della tecnica messa al servizio della ricerca di risoluzione del comportamento problema, rispetto alle caratteristiche proprie della persona, educatore nel mio caso, che va a intervenire sul comportamento problema.
Sembra che poco serva al fine del cambiamento un approccio da " tecnico del comportamento " ma sia altresì necessario aver acquisito qualità umane e di gestione della relazione d'aiuto molto raffinate.
Ci si dimentica per cui, concentrandosi sulla "tecnica" o modello da applicare, delle caratteristiche della personalità di chi si può definire un buon "modificatore del comportamento".
Capacità di osservazione delle dinamiche che possono essere state determinanti per l'inizio e lo sviluppo della "crisi".
Vedere obiettivi a lungo termine senza farsi scoraggiare da iniziali fallimenti nell'aiutare la persona.
Procedere per minimi obiettivi da consolidare una volta ottenuti.
Capacità percettive che o si hanno o non si hanno. Cioè riuscire a cogliere con un sistema di raccolta dati appropriato anche i minimi segnali di miglioramento, non solo attendersi macroscopici cambiamenti che distolgono l'attenzione e l'osservazione di particolari che possono dare all'aiuto e all'intervento riflessioni e direzioni importanti nella costruzione di una relazione (intesa come intervento educativo da progettare fuori dall'esperienza in supervisione e équipe multidisciplinare) sempre più centrata sull'aiutato.
Sicuramente è necessario non far confusione tra se stessi e il proprio "ruolo" , avere creciuto in se stessi una sufficiente "indipendenza psicologica" tale da avere sempre presente la strada da percorrere assieme e la missione da compiere a prescindere dai risultati ottenuti nel qui e ora.
Per cui capacità di persistenza e costanza e fiducia nel credere che nessun comportamento, anche quello che sembra evidentemente immodificabile, sia impossibile da cambiare con un approccio pieno di Accoglienza, Attenzione e Ascolto di se stessi e dall'Altro.
Capacità di distacco per vedere le dinamiche in atto "dall'alto" fuori dal "tutto o niente" proposto dal comportamento problema.
La possibilità quindi di aiutare veramente non scendendo "personalmente" nelle dinamiche proprie della logica aggressiva sia su se stessi o sull'altro.
Un atteggiamento "pro attivo " per vivere meglio e non fissarsi solo su quello "reattivo".
Il comportamento problema viene a rappresentare un vero e proprio motivo relazionale basato su un ricatto di fondo. O stai con me perché prima o poi accade questo o non stai con me.
È nel saper proporre alternative a questo tutto o niente la capacità di proporre nuovi orizzonti relazionali. Con la possibilità di rimediare al comportamento problema e " vedere " vantaggi nella diminuzione della frequenza e intensità del comportamento.
Spesso nel comportamento problema il soggetto che lo mette in atto lo vede come una unica e disperata possibilità di avvicinare a se persone care con un tornaconto di "richiesta di presa in carico di se stesso" incomprensibile se ci si ferma alla "reazione" all'acting.
Comunque l'argomento è molto articolato e fonte di profonde e articolate riflessioni.
Lascio un video in cui racconto un episodio in cui propongo alla persona autistica che mi aveva aggredito pesantemente la possibilità di "rimediare".
Con un ulteriore messaggio post aggressione. Io ci sono, con te continuo a condividere il tuo spazio e tempo, a prescindere dagli eventi, per costruire assieme il nostro spazio e tempo. La riproposizione di un'esperienza di Relazione basata sulla reciprocità, comprensione e riconoscimento e condivisione delle proprie diversità e relative umanità. 

Per approfondire argomento Aggressività e relazione d'aiuto, il video "Una vittoria paradossale" propone un'ulteriore riflessione. 



Si parla sempre della quiete dopo la tempesta. Il nostro primo obiettivo era che la quiete fosse interrotta da qualsiasi cosa, ma permettesse a Cesare di percepire la mia presenza, si voltasse da quel muro bianco e diventassi io il muro con cui confrontarsi. Iniziarono momenti di aggressività, sfida, insulti, contatti fisici, tanto improvvisi quanto violenti. Era talmente importante per noi che Cesare uscisse dal mondo per entrare in contatto con il "nostro" che tutto ciò era festeggiato come un vero e proprio successo. Si procedeva per minimi obiettivi, che una volta raggiunti andavano pian piano consolidati.
Il primo era stato raggiunto. Entrare in contatto. Il prossimo ottenere è mantenere il più a lungo possibile il contatto oculare. Guardarsi negli occhi il più possibile. Come ci riuscimmo? 
Alla prossima puntata. Per chiudere.... 
La mia fortuna essere stato seguito da persone ONESTE intellettualmente e emotivamente, aver lavorato insieme sulla realtà delle situazioni vissute.
Per far ciò, capire e decodificare l'esperienza, a mio parere ci sono tre cose da fare. 
Una analisi personale, per far crescere la consapevolezza di sé stessi, entrare in contatto con il proprio mondo interiore, creare un dialogo sempre più chiaro e onesto con sé stessi , come fare se no ad entrare in contatto con la realtà altrui, avere un dialogo con l'Altro. 
Momenti di supervisione, pensare e ripensare assieme alla restituzione dell'osservazione della realtà per progettare approcci futuri diversi e più. 
La formazione culturale. Curiosamente andare a sviluppare i temi che la realtà ci propone. Leggendo libri, saggi, partecipando a corsi di formazione. 

Per organizzare il seminario clicca sul link qui sotto


La vera storia di una relazione d'aiuto reciprocamente e intensamente vissuta tra un educatore e un bambino autistico.

Seminario "Sentire e Capire l'autismo. La costruzione di una relazione d'aiuto".

Per informazioni e iniziative in merito 

giovannitommasini8@gmail.com o whattsapp 3481124999.



Tratto dal libro


sabato 12 maggio 2018

The true story of a help relationship, mutually and intensely lived, between a young educator and an autistic savant child. Ebook IT'S CESARE... IT'S ALL GOOD. A mutual help relationship.


Cesare and Giovanni first met in the ambulatory of a family counseling centre, in Genova. The proposal to try for three months home care becomes an occasion to put in contact two personalities in fully development and change who, entering in harmony, will live 15 unforgettable years...
Preface letter “To suffer together” by Dott. Roberto Soriani, psychiatrist in Genova, ASL 3, mental health service. 
Introductive articles:
.”The autism in my point of view”
“What we mean when we talk about Help Relationship”.
Afterword articles
“The fragile X syndrome”
“Intellectual and relational disabled vs intellectual and relational-abled”.
A P.E.R.O. Progetti Editoriali Realizzati Onestamente by Giovanni Tommasini editorial 







The others are us

              Suffering is the less evil,
it’s seeing the mirror without your image that
annihilates you.
Cristina Donà
I felt lucky: I watched him, and I saw myself. Nothing else has ever mattered to me as much.
Each one his own world.
But the real problem was how to live in the world, because they had taught us only one way: surviving with all that is around us.
What about the rest?
We were the rest.
“The others are us”...  It became our song.
Songs, disks, LPs and EPs…another of his certainties, the past he was able to deal with. Music brought him back to the years when he’d been feeling better. The first years of his life, with nothing was defined yet...
Music is a machine to suppress time.
Claude Levi-Strauss
I found myself “somewhere else.” He had perceived me and was putting in even more effort. His orchestra must have done its best to welcome me.
Being split in half.
He was thirteen years old now, and a part of his body was still that of a child, the other part had grown into adulthood.
His chest was squeezed into his old polo shirts, one over the other; from the waist down he was wearing light wool grey pants, pleated: a triple jump into the future adulthood, as if to have a taste of it and see the effects.
Maybe he was feeling nostalgia for the innocent childhood, for the moments when he’d been able to deal with the oppression of all that surrounds you in a lighter, better way.
Seeing those polo shirts hurt me.
They squeezed him. They were the cause of the cuts he had on his arms and his belly, right where the hems of the shirts had been.
A fight against time. He didn’t want to grow up.
As if the upper part of his body was dedicated to his mom by remaining that of a child. The other part of his body though, reminded of thenmaturity and severity of his father, an anesthesiologist, who’d never been present in those years.
I didn’t have to do anything…that’s what they told me...
And actually, it was the right approach.
Observing, listening, breathing that air, I understood what hundreds of pages written on the topic hadn’t been able to even describe.
A boundary to the world, a containment, the perception of one’s own body.The ring that he kept touching, the cuffs that he rolled up until they couldn’t be loosened anymore, the suffocating polo shirts… everything was emotionally disproportioned.
The absence of contact and the non-existent relationship placed me, and what was outside of him, in a corner.
I could perceive these defenses. Simple and impossible, at first. A raft drifting in the sea, in the midst of the storm.
Nonetheless, I was sure I would have become a secure shore. Staying still…Hanging in there. Sooner or later, he would reach me.
Going back home, I could still hear his voice echoing in my helmet: the words he shot towards me so that he couldn’t hear them coming out of himself and entering me.They kept pounding inside my head, invaded by a relational and communicative code that I had never experienced before. A mixture that couldn’t be deciphered, thanks to which the relationship was not developing one track at a time.
“Stay in his room until you’re able. When you can’t take it anymore, leave and then go back and present yourself again.”
But leaving the room was not enough.I brought that “baggage” back home with me, and when I was under water of the shower...I stayed there and asked the water to wash away the intensity of those three hours.
He should have started to “imitate” me but…Had they taken into consideration that we were two?
Being young and inexperienced was not a completely negative factor. I only knew how to live, and that was what I offered. Few words in my pockets. Curiosity and passion. Present. A desperate desire to grow up.
We were two.

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Intellectual and relational disabled vs Intellectual and relationalabled by
I just came back from my night shift. I work in a group house on the hills of Genova, beautiful, from which you can enjoy a wonderful view: all of Liguria.
Here we host 16 “intellectual and relational disabled” who can’t be followed by their own families.
I started this job in 1990.
I remind you that these wonderful people, unable to answer to our “performative society” requests were called, with a horrible word –  “subnormal.”
So,we should be the “intellective and relational abled” and, always more, I think about how we are demonstrating our “abilities”....
Daily events occurring in any social, political, economic field should at least make us wonder about these pitiful labels, given to the ones showing in a unique way their humanity and way of living.
I thank you, feeling happy to be able to write that today there are realities where “intellectual and relational disabled people” are put in the best conditions to fully express their simplicity and nature when relating with the outside, characteristics that we, “abled people” seem to have definitely lost behind “updates,” “apps,” “sharing,” “posts,” and “likes.”

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The first great baseball writer in Italy! - " Those who play baseball are, in my opinion, in some ways special persons. Baseball isn't just any sport, it doesn't just form real athletes. Baseball forms particular men." - Ebook UNDERGROUND DOUBLE PLAY - The American Dream of Tomato Baseball Club - Fragments - Preface Letter - Customer Reviews








Those who play baseball are, in my opinion, in some ways special persons. Baseball isn't just any sport, it doesn't just form real athletes. Baseball forms particular men. Like Giovanni Tommasini. A baseball player and today a writer. He passed through that field with a particular shape called a diamond. The green grass, the red dirt; put on a helmet, hold the bat and you are about to enter the batter's box. You against everybody: on that little hill is the pitcher ready to challenge you; all around him, his teammates are ready to eliminate you if the pitcher fails to do so.
Giovanni Tommasini lived it on his skin, he experienced what it means to slide on that red dirt to get to the base before the opponent's defenders could get you out.
An email, a phone call, and I met Giovanni. After exchanging a word or two I immediately understood how much baseball is still part of his life. Then, when I read Tomato, his first story, I realized how special this Ligurian author is. All the beauty and magic of this sport can be found in his writings, getting inspiration from the birth of the team in the city of Sanremo up to the fabulous story of Alex Liddi. The first real professional Italian Major League player. From Sanremo.
Tommasini’s are not just ordinary stories. With his quotes from great writers, composers and poets, he can make baseball a lesson of life. Baseball not only as a team sport, but like a real gym of life. In every position, from pitcher to catcher, from shortstop to the outfield, this sport has something to give.
Tommasini writes about the pitcher in Nine Spearheads: “The trajectory requested by the catcher, a dock for the hitter; the bat meeting the pitched ball, the dreamed land on the new world.
Heroes. We can be heroes, just for one day and forever”.
From there the decision to publish on my website Baseballmania, because I believed right away what Giovanni was proposing me. No one in Italy ever wrote about the baseball the way he did. From the first stories, to those Giovanni wrote later on, something was born also from our exchange of ideas, like the fantastic tale about the life of Agostino Liddi. The origin of Alex Liddi.
Then everything happened in a short time, because Tommasini’s tales fly fast, like the 90 miles fastball of a Major League pitcher. Up to this book which collects, like a single theme, all the tales of this great Ligurian writer. The first great baseball writer in Italy.
Those who played baseball are special persons.
When you will get to the end of this book, you will understand why.


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Giovanni Tommasini's book about baseball takes the reader to another level, that those not even interested in the sport will turn the pages of this fascinating book about how this particular sport started far from its Motherland. Both youngsters and professional baseball players will be able to smell the green grass, the red dirt of the field as they turn every page of this book, introducing the first professional Italian Major League player to those, who may previously never have heard of his name.

Tommasini, who is from Samremo, Italy, punctuates his story with quotes from great writers, composers and poets, making this book maybe the first to expose American Baseball through Italian eyes. His tale talks of baseball not just as a team sport, but as a lesson of life, that this sport has to offer to those interested in knowing more about how it came to Italy. This may possibly be the most riveting book about baseball to come not out of America, but Italy. It is a surprise, and a page turner.
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It's and engaging story about a group of kids in Italy in the seventies. Starting from last place you would expect to find baseball: the underground parking lot of a shopping center in Sanremo, little town in the North-West part of Italy, almost a the border with France. These kids journey goes from sharing the spot with drug addicts and pusher, to play and win baseball games. Some of them have reached the top baseball level in Italy. The same little town was the origin from Alex Liddi, the first Italian born baseball player to play in the MLB.
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MARCELLO AND FULVIO
They were there with us and a common project: to create a baseball team, the best in Liguria.
The fact that for the moment there weren't any others, gave them the confidence that only the great ideals can guarantee.
Two opposite personalities. They perfectly supplement each other.
They wanted the same thing, but approach it from to different starting points. It was their personal relationship with reality that was different.
One, Marcello, of the “whole” would treat every single part. The other, Fulvio, would take all these parts and arrange them on the diamond, to make us live a fantastic assembly, which would guarantee the “whole”.
Those parts were the fundamentals.
The “whole” was the game strategy.
They didn’t choose to split roles, it was just their deep need.
Two different approaches to life.
It was an answer to the Absence. The most ancient, eternal, started with the landing from the perfect and filled prenatal world.
How to approach it?
Two means, two possibilities, two different ways.
Attempting the impossible task that would leave every time angry and disappointed, and try to fill that void.
That was what Fulvio attempted to do.
Otherwise accepting it, this irresolvable absence. Taking the victory of reality over ideal project for granted, revolving around the void like a satellite, in a continuos search for the perfect gesture. Day after day, practice after practice, throw after throw, catch after catch, reckoning the Absence, he handled the details, because for him life was to practice on suffering, not a game against misery.
Marcello chose to handle the fundamentals, the detail. He was that way.
Skinny, sharp, essential… he was not bullshitting us.
He wanted to make us unique, let us feel the trust he had for each one of us: each one could give the best of ourself, express our authenticity. He was a champion. Even better, he was out of the competition: he was out of the winners and losers logic.
For him baseball was an art.









NINE SPEARHEADS

Ray: Does heaven exist?
John: Sure. Is the place where dreams come true!

THE DREAM TEAM
(in order of appearance)
1 – Dante Alighieri (Pitcher, the hand of God)
2 – Walt Whitman (Catcher-Captain, o my captain!)
3 – Italo Calvino (First Baseman)
4 – Antonio Salieri (Second Baseman)
5 – William Shakespeare (Shortstop)
6 – Joseph Conrad (Third Baseman)
7 – Charles Bukowski (Outfielder First Baseman)
8 – John Fante (Center fielder)
9 – David Bowie (Outfielder Third Baseman)

The wise on the bench: Jorge Luis Borges, Miguel de Cervantes.

Coach: Giovanni Tommasini

President: Giacomo Leopardi

CATCHER
 O Captain, my Captain, rise up and hear the bells.
Rise up—for you the flag is flung—for you the bugle trills;
For you bouquets and ribbon'd wreaths—for you the shores a-crowding;
For you they call, the swaying mass, their eager faces turning;
Walt Whitman

You feel observed. Unique defensive position. “O Captain…”.
Whole with the pitcher, his responsibility is to choose the tone of the music sheet. Like a head of state, before the match he receives all the information about each aspect of the opponents, so he can give the right signals for each batter, to the pitcher, his arm. Pitch inside, outside, slow, curve, walk him.
Arm and brain. A true relationship.

Here, Amerigo thought, those two, as they are, are mutually necessary. And he thought: here, this way of being is love. And then: the human goes as far as love goes; he doesn’t have boundaries but those we give.
Italo Calvino

You don’t choose who plays catcher. It’s the home plate attracting him. The moon for the earth. The mask, the chest protector, the shin guards take shape on him to become a soft shell. A true Agilulfo Emo Bertrandin of Guildivern. Our non existing knight has all the cards of the deck to play on his diamond. In his armor, crouched, we don’t see him: we have him with us, like the North Star for the compass.

A coat-of-arms between two edges of a large draped mantle, and inside the coat-of-arm opened two more edges of a mantle with a smaller coat-of-arm in the middle, [...] and in the middle there had to be who knows what, but it could not be seen.
Italo Calvino

Last game of the season. Our catcher with a “broken” arm. He has only one throw to stop the runner from stealing second base. He uses it in the pregame, a cannon shot everybody sees.
That day nobody stole second.
A catcher. A captain.
Our.

“Captain, my captain, rise up and hear the bells...”

https://www.amazon.com/Underground-double-play-American-baseball-ebook/dp/B014XMDQF6/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1465388755&sr=1-1&keywords=Underground+Double+Play

venerdì 11 maggio 2018

True stories of life. Giovanni Tommasini Ebook's. Autism, Writing and The American Dream of Tomato Baseball Club.







My story, a writer by chance. 
A deep reflection on the readers comments. Its pages touched me My writing, your reading, routes covered together. A journey inside ourselves from our daily experiences always in search of a meaning, passing through the memories, to emotions. This is the story of a writer by chance, me, and my discovery of a method of expression. The texts creation, which is present inside of us, that needs to be rendered in order to make our life experience a way to propose and follow.
The emotive writing and reading. 
Giovanni Tommasini

"An uncommon and curious setting that makes the tale, or the poem, intriguing; the whole book is a poetry treatise. I cant put it down; its never slow or too descriptive.

"A writer by chance... yet not so fortuitous in the end: Giovanni Tommasini writes for all, using an experiential language full of his own past experience and rich in reflections, thoughts, translations of feelings. I recommend this book to those who want to get in touch or meet again with and in a beautiful person.  


Those who play baseball are, in my opinion, in some ways special persons. Baseball isn't just any sport, it doesn't just form real athletes. Baseball forms particular men. Like Giovanni Tommasini. A baseball player and today a writer. He passed through that field with a particular shape called a diamond. No one in Italy ever wrote about the baseball the way he did. From the first stories, to those Giovanni wrote later on, something was born also from our exchange of ideas, like the fantastic tale about the life of Agostino Liddi. The origin of Alex Liddi.
Then everything happened in a short time, because Tommasini’s tales fly fast, like the 90 miles fastball of a Major League pitcher. Up to this book which collects, like a single theme, all the tales of this great Ligurian writer. The first great baseball writer in Italy.
Those who played baseball are special persons.
When you will get to the end of this book, you will understand why.



The true story of a help relationship, mutually and intensely lived, between a young educator and an autistic savant child. Cesare and Giovanni first met in the ambulatory of a family counseling centre, in Genova. The proposal to try for three months home care becomes an occasion to put in contact two personalities in fully development and change who, entering in harmony, will live 15 unforgettable years...
Preface letter “To suffer together” by Dott. Roberto Soriani, psychiatrist in Genova, ASL 3, mental health service.
Introductive articles:
.”The autism in my point of view”
“What we mean when we talk about Help Relationship”.
Afterword articles
“The fragile X syndrome”
“Intellectual and relational disabled vs intellectual and relational-abled”.
A P.E.R.O. Progetti Editoriali Realizzati Onestamente by Giovanni Tommasini editorial production

giovedì 3 maggio 2018

Autismo e fattori di rischio. Una importante ricerca che conferma mia osservazione e Ascolto famiglie con figli autistici e disabili intellettivi e relazionali assistite negli ultimi 30 anni.


Ripropongo un articolo dedicato ad una importante ricerca scientifica sui fattori  di rischio che predispongono ad una diagnosi di Autismo su figli di genitori, in particolare mamme,  che hanno vissuto forti traumi di varia natura  durante la loro vita e gravidanza.

Parlerò diffusamente sabato a Modena durante la presentazione della nuova edizione di Sono  Cesare.. tutto bene "Sentire e Capire l'autismo"   di questo approccio che viene confermato in relazione alla mia esperienza di Vita vissuta in relazione d'aiuto in assistenza domiciliare per famiglie con figli autistici e disabili intellettivi e relazionali negli ultimi 30 anni.  

Vi aspettiamo Sabato 5 maggio ore 16,30 a Montale Rangone c/o Bar Sport. La vera storia di una relazione d'aiuto reciprocamente e intensamente vissuta tra un educatore e un bambino autistico.



Press-IN anno X / n. 1054 La Provincia di Como del 01-05-2018Autismo,
studio sui fattori di rischio Nuova ricerca di Villa Santa Maria
TAVERNERIO. Nuova prestigiosa pubblicazione per Villa Santa Maria.
L'articolo sui fattori di rischio gravidici correlati all'autismo,
basato sul lavoro svolto nel centro di Tavernerio e all'Irccs Stella
Maris di Calambrone (Pisa), è infatti stato pubblicato dall'autorevole
rivista scientifica Journal of Developmental Origins of Health and
Disease L'articolo illustra come lo studio realizzato da Villa Santa
Maria, centro specializzato nella cura e riabilitazione di bambini e
ragazzi affetti da autismo e patologie neuropsichiatriche, acquisendo
anche i dati dell'Irccs Stella Maris, abbia consentito di individuare
i fattori di rischio a cui le madri di figli con disturbi dello
spettro autistico erano state esposte con maggiore frequenza nel
periodo pre, peri e post natale. Mettendo a confronto tre diversi
gruppi di bambini e adolescenti, il primo con 73 giovani affetti da
autismo, il secondo da 45 ragazzi a sviluppo normale fratelli di una
parte dei giovani autistici appartenenti al primo gruppo, e il terzo
da 96 di pari età a sviluppo normale, l'indagine ha rilevato la
presenza di ben 25 fattori (sui 27 considerati) presenti con una
frequenza più alta nel caso dei ragazzi affetti da autismo.
Dall'esposizione occupazionale delle madri a vernici e solventi, al
verificarsi di eventi stressanti quali lutti, conflitti coniugali,
abusi o violenze. Dalle difficoltà economiche della famiglia, a
patologie quali gestosi e diabete gravidico. Dalla presenza di fattori
negativi quali il parto cesareo, al mancato allattamento al seno. Fino
all'utilizzo precoce di antibiotici. Confrontando le gravidanze e i
periodi post natali dei bambini autistici e di quelli dei fratellini è
risultato che i primi presentavano una frequenza molto più alta di 9
fattori di rischio.


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