mercoledì 19 settembre 2018

Dall'America una nuova cura per l'autismo: i Google Glass. Giovanni Tommasini Notizie dall'altrove.



Digitalic.it del 16-09-2018



USA. Una nuova cura per l’autismo arriva dall’America ed è tecnologica, sono i Google Glass.
Da innovazione fenomenale a flop: la storia dei Google Glass, gli occhiali tech che avrebbero dovuto diventare uno strumento d’uso comune, era finita nel 2016 quando Google decise di interrompere la messa in vendita del prodotto a seguito dello scarso successo ottenuto. Ora i Google Glass potrebbero aver trovato una nuova funzione che li rende ancora una volta utili e rivoluzionari. Alcuni studiosi dell’università di Stanford hanno scoperto che questi occhiali tecnologici sono efficaci per i bambini affetti da autismo e hanno creato una nuova cura per l’autismo basata sugli smartglass.

Nuova cura per l’autismo: i Google Glass come terapia.
Secondo i dati pubblicati dall’università californiana di Stanford, negli Stati Uniti ci sono oltre un milione di bambini sotto i 17 anni affetti da autismo.
Questi giovani spesso non riescono a riconoscere le emozioni facciali dei propri interlocutori, rendendo ancora più difficili le interazioni sociali e lo sviluppo di amicizie.
Acquisire queste competenze richiede interventi comportamentali intensivi che sono spesso costosi e difficili da comprendere per i bambini e per i familiari.
“Il nostro team sta ricercando una soluzione a questo problema – hanno detto i ricercatori di Stanford nel sito creato appositamente http://autismglass.stanford.edu – abbiamo sviluppato un sistema che utilizza l’intelligenza artificiale per automatizzare il riconoscimento delle espressioni facciali grazie ai Google Glass. Il nostro nuovo sistema sfrutta la fotocamera rivolta verso l’esterno di questi occhiali tecnologici per leggere le espressioni facciali e fornisce spunti e risposte al bambino attraverso lo schermo. Registra anche la quantità e il tipo di contatto visivo, così da aggiungere un ulteriore livello per l’intervento comportamentale”.

Nuova cura per l’autismo dall’America: i Google Glass che riconoscono le emozioni.
Per merito del sistema di riconoscimento facciale creato dagli scienziati di Stanford, i Google Glass sono ora in grado di leggere le espressioni sul viso di chi si mette di fronte agli occhiali tech.
Ad ogni movimento delle guance, delle bocca o degli occhi, il sistema abbinerà una reazione umana tipica, come quelle di gioia, tristezza, paura o apprensione.
Sullo schermo interno, visibile dal bambino che indossa gli occhiali, apparirà la descrizione dell’espressione fatta dall’interlocutore. Per rendere il processo ancora più facile per i giovani utenti, sarà visualizzato un emoji rappresentante l’emozione riconosciuta.
Una emoticon che ride vorrà dire felicità, una con gli occhi chiusi sonno o distrazione. In questo modo i bambini nello spettro autistico saranno in grado di capire le emozioni delle persone intorno a loro, un procedimento che risulta spesso molto difficile per le persone affette da questa patologia. Indossare i Google Glass favorirà la comprensione delle emozioni altrui e rappresenta in questo modo una nuova cura per l’autismo.

Nuova cura per l’autismo: sono i Google Glass usati come terapia nel riconoscimento delle emozioni.
L’esperimento dei Google Glass con i bambini affetti da autismo ha avuto riscontri positivi anche dai diretti interessati.
“Ha aiutato nostro figlio a connettersi di più con la famiglia – ha detto la madre di un bambino al magazine NY Post – penso che questi occhiali siano un modo positivo per incoraggiare un ragazzo a guardare qualcun altro in faccia”. Un bambino al centro dell’esperimento ha voluto esprimere il suo parere: “Gli occhiali non sono una macchina in grado di leggere la mente, ma aiutano con le emozioni, riconoscendole. Credo davvero che questo aiuterà molto le persone autistiche”.
Se l’esperimento dell’università di Stanford dovesse rivelarsi in effetti funzionante e preciso, gli occhiali tech Google Glass tornerebbero di nuovo al centro delle attenzioni di tutto il mondo per il loro utilizzo nel campo della salute del futuro come terapia per l’autismo.

di Andrea Indiano – corrispondente dagli USA

Se vuoi leggere l'articolo originale clicca qui:
http://www.pressin.it/leggi.php?idarticolo=57050

Le sinossi dei miei primi cinque Ebooks.
https://giovannitommasiniedizioni.blogspot.com/2018/07/relazione-daiuto-quotidiana-resilienza.html

Insegnanti di sostegno in fuga . "Ora e' emergenza". Inclusione scolastica. Una vera e propria chimera. In Italia di male in peggio, ogni anno sempre più. Giovanni Tommasini Notizie dall'altrove.


Ripropongo uno dei tanti articoli che quotidianamente pongono l'accento sul grado di civiltà di questo paese che vive di slogan, "ministeri della disabilità" , che hanno solo la funzione di edulcorare una realtà drammatica, in particolare dal punto di vista della educazione, scolarizzazione, e delle politiche di inclusione e presa in carico dei cosiddetti " disabili intellettivi e relazionali  ". 
Se il grado di civiltà di una nazione si denota dalla capacità di Accoglienza, Attenzione e Ascolto delle fasce più deboli della popolazione, di può tristemente affermare che siamo, drammaticamente, sempre fermi all'anno zero. 

Giovanni Tommasini 


Il Corriere della Sera del 17-09-2018

Insegnanti di sostegno in fuga . "Ora e' emergenza" 

Aumenta la richiesta ma calano gli specializzati. E dopo 5 anni molti lasciano o si trasferiscono

MILANO. In una scuola come l'istituto Maffucci, con 1500 studenti fra elementari e medie, zona Bovisa, all'appello quest'anno mancavano 43 insegnanti di sostegno, la preside ad oggi ne ha reclutati la metà ma resta fiduciosa: «Ci sarà un aggiornamento della graduatoria, riusciremo a coprire altri posti». All'istituto Lagrange, su 45 posti di sostegno assegnati per 95 disabili, ad oggi ce ne sono solo 19. «Aspettiamo i supplenti, c'è urgenza, e si aggiungono casi gravi -- sottolinea la preside Neva Cellerino --. L'anno scorso ad esempio la scuola ha organizzato anche un progetto domiciliare per una studentessa leucemica e un programma speciale per un ragazzo cefalalgico».

Trovare maestri e professori specializzati da inserire nelle classi con studenti disabili è la missione impossibile delle scuole milanesi. La domanda sale ogni anno, aumenta il numero delle certificazioni presentate dalle famiglie, aumentano i posti in deroga che i provveditorati devono coprire (per sentenza della Corte Costituzionale), mancano però i candidati. Quest'anno trovarli è ancora più complicato. Lo hanno denunciato anche i sindacati alla ripresa delle lezioni: «Servono già seimila supplenti. Anche per le nuove regole sulla mobilità: in 2500 hanno lasciato la cattedra nelle scuole milanesi perché hanno potuto ottenere un'assegnazione provvisoria su posti di sostegno, anche senza titolo, in Calabria, Campania, Sicilia», ha comunicato la Cisl. Al Maffucci se ne sono andate così quattro maestre delle elementari e due professori delle medie. «E i posti da coprire sono soprattutto quelli sul sostegno», dice la preside.

L'Ufficio scolastico regionale ha presentato il dossier sulla scuola in Lombardia all'avvio del nuovo anno ed ecco i numeri della provincia di Milano: su 363 mila studenti i disabili sono 13.281 e i posti di sostegno 4.562 più 2.640 con le deroghe (nel 2017 erano 4.562 più 2.357). «Il Ministero prevede settemila posti perché va garantita la presenza di un docente ogni due studenti disabili. Molti però saranno coperti da insegnanti senza una preparazione specifica perché mancano specializzati -- spiega un dirigente del provveditorato --. Il punto è che il sistema "perde": tanti precari che entrano come insegnanti di sostegno perché è una strada per l'assunzione ma dopo cinque anni cambiano».

Dalle associazioni delle famiglie con ragazzi disabili arriva un doppio appello: «Occorre investire risorse per sostenere l'inclusione. E anche rilanciare la professione dell'insegnante di sostegno -- dice Marco Rasconi, presidente della Ledha a Milano --. Ormai l'emergenza è nazionale, ne mancano 40mila, anche se quest'anno sono 13mila in più».

Intanto le lezioni sono riprese così al Maffucci: «Gli studenti disabili sono comunque accolti tutti. Non lasciamo a casa nessuno -- dice Barbirato --. Cerchiamo di garantire la migliore assistenza possibile utilizzando anche gli educatori, in attesa di trovare gli insegnanti». Al Lagrange Neve Cellerino: «Per ora abbiamo supplito distribuendo le ore di sostegno su tutti gli studenti che hanno bisogno, ma certo è urgente strutturare una organizzazione definitiva e completa».

Sul fronte degli educatori e dei servizi di trasporto, dall'anno scorso in capo alla Regione (e non più alla Città Metropolitana), spiega l'assessore al Bilancio del Pirellone, Davide Caparini: «La spesa complessiva sarà di 30 milioni, in linea con il 2017. Di questi 13 vengono messi a disposizione dallo Stato e 17 da noi. Abbiamo faticato molto per trovare le risorse spostandole da altri capitoli di spesa, perché i criteri di riparto hanno penalizzato molto la Lombardia», assicura. L'anno scorso la Regione ha preso in carico 6352 studenti (80% bisognosi di educatori per assistenza alla persona, il resto aveva diritto ai servizi di trasporto): «Garantiremo a tutti gli alunni disabili il necessario anche se la puntualità è una sfida perché le certificazioni arrivano anche in corso d'anno, e ad oggi non è possibile avere dati definitivi», conclude l'assessore. 

Le difficoltà ci sono, non indifferenti e il fronte dell'accoglienza e del sostegno resta cruciale.

di Federica Cavadini ,Elisabetta Andreis 

Le sinossi dei miei primi cinque Ebooks.
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venerdì 7 settembre 2018

Una storia di quotidiana resilienza. Il nuovo Ebook di Giovanni Tommasini. Una vita senza. Su tutti gli stores online nazionali e internazionali.






La versione cartacea dell'ebook, come tutti i libri da me prodotti, ordinabile solo tramite spedizione postale scrivendo a giovannitommasini8@gmail.com o su WhatsApp al 3481124999. 

Le sinossi dei miei primi cinque Ebooks.

Presentazione dell'opera 

La ricerca della felicità, qual è la strada giusta da seguire? Una famiglia felice, coccole e dialogo. È quello che si legge su tutti i libri di fiabe, in tutti i manuali di pedagogia e psicologia che si studiano all’università, negli opuscoli distribuiti nelle strade. Ma è sempre così?
L’opera “Una vita senza”, di Giovanni Tommasini, può essere introdotta con un’emblematica frase di Oscar Wilde: «I figli iniziano amando i loro genitori, in seguito li giudicano. Raramente, se non mai, li perdonano».
Credo che il punto d’inizio sia proprio questo, l’amore di un bambino verso i genitori che non viene ricambiato, anzi, viene utilizzato come ariete per infliggere in esso dubbi, insicurezze, paure ed ansia. Un’ansia frenetica e continua, che non lascia spazio a dialoghi, chiarimenti e tregue psicologiche, ma che logora sia la mente che il corpo costringendo il soggetto a rifugiarsi nella scrittura o nei dialoghi immaginari con figure evanescenti con la speranza che lo portino via dalla patologica prigione di vetro in cui è nato.
Conoscendo l’autore, ho avuto modo di arricchire la lettura del libro in anteprima insieme ad elementi autobiografici corposi e di grande spessore umano; il risultato è stato un grande arricchimento professionale ed umano nel campo della relazione d’aiuto.
“Conoscersi per poter Conoscere” è un paradigma essenziale delle Scienze Pedagogiche, con le tre “A” sintetizzate dall’autore: “Ascolto”; “Accoglienza”; “Attenzione”, le quali insieme alle tre “S”, ossia: “Sapere”; “Saper fare”; “Saper essere” generano le fondamenta che aprono le strade ai sentieri della vita. Giovanni comincia con la rievocazione dei ricordi, anche quelli più complessi e dolorosi, con una lucida analisi descrittiva, come se stesse parlando in terza persona (cosa che poi effettivamente farà ad un certo punto del racconto), riscoprendo il sé bambino e dialogando con lui. Il libro “Una vita senza” si legge tutto d’un fiato, il linguaggio è scorrevole, secco ed essenziale. Molti periodi, volutamente brevi, lasciano spazio al lettore ad immaginare le situazioni, immergendolo nel pieno degli episodi. Avere a che fare con una famiglia problematica e violenta provoca profonde cicatrici nell’animo umano, da cui si protraggono anni ed anni di cure educativo-comportamentali, psicologiche ed alcune volte psichiatriche; fin troppe volte ho visto entrare ed uscire dal mio ufficio minori ed adulti assuefatti da barbiturici e psicofarmaci, oppure consumati dalle droghe finendo pedine nelle mani dalla criminalità organizzata, con l’incoscienza nell’essere vittime predestinate di quella prigione di specchi che vanno via via frantumandosi, a piccoli pezzi, e si conficcano nel sistema nervoso, distruggendo la loro vita, limitando quella di altri.
Ma con Giovanni è stato diverso. Egli sin da bambino trasforma le angherie in forza interiore, la violenza fisica e mentale in ascolto e dialogo, la all’epoca primordiale scrittura emotiva in libri di grande spessore. Giovanni non è uno dei tanti sopravvissuti, ma un uomo che ha scelto di vivere e che non si è piegato alle ipocrisie della nostra cieca società, poiché Giovanni svolge il mestiere di Educatore. Ed ha scelto di farlo con gli “invisibili”; i disabili. Affrontando le grandi paure del nostro tempo, ossia “il diverso”, l’estraneo, il malato. Ecco la sofferenza che diviene “resilienza”, il connubio di elementi istintivi, affettivi, emotivi e cognitivi che forgiano un carattere capace di assorbire gli urti mantenendosi integro nel tempo. Giovanni trasporta il proprio, profondo, rispetto per la vita anteponendo l’essere umano prima del caso clinico o patologico; ecco spiegato il segreto della sua profonda capacità empatica.
Parafrasando Jung ne “Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche”, la capacità empatica dell’autore di coinvolgere il lettore si chiarisce in un grande insegnamento: «Non sei capace di amare, se non ami te stesso […]. Se riuscirai ad amare te stesso, ti troverai già sulla strada dell’altruismo. Amare se stessi è un compito così difficile e sgradevole che, se riesci a fare una cosa del genere, potrai riuscire ad amare anche i rospi, poiché l’animale più disgustoso è di gran lunga migliore di te».
Il capitolo conclusivo del volume, il giorno della laurea, è una chiara rappresentazione pedagogica del concetto di resilienza. Un oramai giovane uomo, un professore di grande spessore umano, una tesi impeccabile, nessuno ad assisterne la discussione, un futuro ignoto che non fa più tanta paura… o forse fa meno paura del passato, il quale continua a bussare alla porta della mente e del cuore generando una forte malinconia. La quale è assai tangibile di pagina in pagina, ma che, forse, è necessaria per rievocare determinati ricordi.
“Una vita senza” è anche un potente messaggio ai giovani, poiché oggi la società impedisce ad essi di vivere la loro fanciullezza, li bombarda di messaggi pubblicitari, spesso subliminali, che li spingono a crescere sempre più in fretta, lontano dalle priorità della loro età, come il gioco e la scuola, come l’affetto familiare e il “piacere della scoperta”. Sono, in sintesi, bambini costretti a divenire adulti pre-termine i quali non riescono a identificare il proprio ruolo nella società, finendo con l’essere piatti emotivamente e consoni alla logica del gruppo, inteso come nucleo che “omologa personalità omologate”, tipico dell’“epoca delle passioni tristi” in cui noi pedagogisti ed educatori siamo chiamati ad operare come esperti dell’educazione continua.
I media e la gioventù sono oggi divenuti un binomio indissolubile, i “nativi digitali” utilizzano il web e gli smartphone come una parte di sé, vivendo immersi in logiche commerciali d’interesse per il consumo di massa e di totale disinteresse per il mondo dell’istruzione e del sociale. La stessa “valorizzazione di sé”, la soggettività, è divenuta un qualcosa di oscuro da tenere distante, perché il “noi” dà sicurezza, mentre l’“io” impaurisce, comporta delle responsabilità. Ecco perché questo libro è potente, ed ecco perché va diffuso nelle scuole. Oltre il nichilismo, oltre il deserto emotivo da combattere, oltre il proprio egocentrismo, esiste l’amare la vita. Salvare un singolo ragazzo significa avere speranza di rendere libera una generazione. Una libertà che l’autore si è conquistato gradino dopo gradino, “step by step”, combattendo i mostri che offuscavano la sua mente, uscendone vincitore.
M. Gennari, nell’opera “Trattato di Pedagogia Generale”, scrive: «“L’uomo misterioso esito creaturale e/o misterioso compimento evolutivo permane al cospetto di se stesso. Se trova la forza e la capacità di penetrarsi con il proprio sguardo interno, può scoprirsi portatore, nella sua essenza, del mistero.[…] L’esperienza creativa del viaggio dentro e oltre se stesso fa dell’uomo un soggetto che si cerca nella sua sostanza profonda, composta anche di quella coscienza dove si radica ogni conoscenza. Rivendicare l’essenza umana del soggetto ha il valore proprio del fondare l’uomo nell’animo e nell’umanità».
D’altronde, come Kant insegna: «Il pensare che la natura umana possa diventare sempre più progredita, mediante l’educazione, è cosa meravigliosa».
Una canzone ha accompagnato la mia lettura di “Una vita senza”, nella quale ho trovato una profonda corrispondenza con i contenuti. Johnny Cash, ne “I see a darkness” sembra descrivere il libro; forse perché anch’esso testimone di un’infanzia infelice che, però, lascia una profonda speranza, e commuove chi l’ascolta, un po’ come mi ha commosso il libro:
“Well, you're my friend and can you see / Many times we've been out drinkin' / Many times we've shared our thoughts / But did you ever, ever notice, the kind of thoughts I got? / Well, you know I have a love, a love for everyone / I know. And you know I have a drive to live, I won't let go. /
But can you see this opposition comes rising up sometimes? / That it's dreadful imposition, comes blacking in my mind. / And that I see a darkness. / Did you know how m uch I love you? /
Is a hope that somehow you, /Can save me from this darkness. / Well, I hope that someday, buddy, / we have peace in our lives. / Together or apart, alone or with our wives. / And we can stop our whoring and pull the smiles inside. / And light it up forever and never go to sleep.
My best unbeaten brother, this isn't all / I see”.


Dott. Davide Piserà

Le sinossi dei miei primi cinque Ebooks.


Ebook anche tradotti in lingua inglese. 


Giovanni Tommasini Ebook's. True Stories of life.





giovedì 6 settembre 2018

L'ADHD puo' essere causato dallo stress. Giovanni Tommasini Notizie dall'altrove.



Lo studio 

Recenti studi hanno dimostrato che l’ADHD potrebbe essere causato da situazioni stressanti vissute nei primi anni dell’infanzia. 

I disturbi da deficit di attenzione e iperattività sono, ahimè, sempre più diffusi. Si tratta di problematiche rilevabili fin dai primi anni di vita e non sempre facilmente risolvibili. Della causa si sa ben poco, ma da tempo molti ricercatori stanno tentando di trovarla. Tra le diverse ipotesi ne emerge una che si distingue dalle altre: lo stress dei bambini durante l’infanzia potrebbe portare a questa condizione. Ecco perché.

Colpa dei genitori?
Ovviamente nessuno parla di alcuna colpa da parte dei genitori, ma secondo lo psicologo ed educatore Steve Biddulph, lo stress che i bambini avvertono a causa di diverse situazioni o per colpa di alcune esigenze non soddisfatte in maniera opportuna, potrebbero svolgere un enorme ruolo nel causare l’ADHD.

Squilibri cerebrali.
Altre teorie ritengono che i sintomi derivanti dall’ADHD possano riguardare problemi genetici o squilibri per lo più chimici a livello cerebrale. Ma secondo Biddulph, che è anche autore del best-seller Raising Boys, le cose non starebbero proprio così. I bambini, infatti, possono nascere anche perfettamente normali e solo successivamente accusare i segnali tipici: impulsività, disattenzione e iperattività. L’età in cui vengono eseguite più diagnosi varia dai 6 ai 12 anni.

Nuovi studi.
Nel libro di Biddulph vengono riportati recenti studi in cui si evidenzia come i ragazzi affetti da ADHD possano aver subìto, in passato, molto stress tra le mura casalinghe o altrove. Tuttavia, è importante sottolineare che con la crescita, i sintomi vanno via via scemando, proprio per il fatto che i residui dello stress potrebbero essere ridotti con il passare del tempo. Questo vale soprattutto per i ragazzi perché sembra che il sesso femminile manifesti un’ADHD completamente differente. È più probabile, infatti, che siano eterne sognatrici – e per questo sempre distratte – a differenza dei maschi che hanno più l’abitudine di creare problemi, secondo quanto dichiarato da Patricia Quinn, co-autrice Understanding Girls.

Mancanza di autocontrollo.
Infine, Biddulph nel suo libro cita alcuni casi di ADHD che potrebbero essere rinominati DDD – ovvero «Disordine da deficit di papà». A suo avviso, infatti, molti bambini vivono un rapporto conflittuale con il padre a tal punto che insegna ai genitori ad avere il giusto auto-controllo.

di Stefania Del Principe 

Diario del Web del 05-09-2018
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mercoledì 5 settembre 2018

Un mondo di steccati terra' fuori anche i nostri figli. Lettera di Rosa Mauro a Fabrizio Bracconieri. Giovanni Tommasini notizie dall'altrove.




Press-IN anno X / n. 1837Superando.it del 03-09-2018

«Un mondo di steccati – scrive Rosa Mauro, rivolgendosi all’attore e
personaggio televisivo Fabrizio Bracconeri, padre di un ragazzo con
autismo, e riferendosi ad alcune posizioni pubbliche recentemente
assunte da quest’ultimo – terrà fuori rom ed emigranti, profughi e
islamici. E i nostri figli insieme a loro. La vera libertà, infatti,
sono le braccia aperte, non quelle armate. La vera libertà sono parole
d’amore, non di odio».

Caro Fabrizio Bracconeri, ho aspettato a lungo a scriverti questa
lettera [la presente riflessione di Rosa Mauro prende spunto da alcune
posizioni pubbliche assunte dall’attore e personaggio televisivo
Fabrizio Bracconeri, di cui si può leggere ad esempio a questo link,
N.d.R.]. Poi ho deciso di farlo, anche se magari tu non la leggerai,
ma chissà, la speranza è l’ultima a morire.
 Ho deciso di scrivertela per raccontarti una storia, la tua storia,
come l’ho vista io, senza la pretesa che sia la verità assoluta, ma
per offrirti uno specchio magari diverso dai soliti.

C’era una volta un ragazzo cicciottello, comparso in televisione per
una serie giovanilistica, scanzonata, intitolata I ragazzi della 3ª C.
Il suo sguardo era quello di uno che ne aveva passate, malgrado
recitasse una parte leggera e simpatica, il ciccione del gruppo che
deve essere simpatico per forza. Ma dietro c’era il ragazzo Fabrizio
Bracconeri, quello vero, e si vedeva che, come me, non aveva poi avuto
’sti grandi amici a scuola, che aveva sofferto e pagato. Io gli volevo
bene, a quel Fabrizio dietro la telecamera, e gli auguravo un gran
bene.
Poi sei cresciuto: hai recitato in altri film e sei dimagrito. Il tuo
sguardo – allora ci vedevo ancora bene – è cambiato: era lo sguardo
duro del vincente, di quello che ora la farà pagare a tutti.
Infine sei sparito: per anni, hai diradato i tuoi impegni, ho saputo
che avevi un figlio, che aveva problemi.
Non so cosa mi aspettassi quando sei tornato in televisione. Ma non
quello che è successo. Il tuo sguardo era ancora più duro. Hai parlato
di tuo figlio, che come il mio ha una determinata condizione [disturbo
dello spettro autistico, N.d.R.], hai parlato delle tue lotte, ma
soprattutto, hai parlato di odio contro gli altri.
 Il tuo odio spazia dai profughi, agli emigrati, ai rom… Dichiarazioni
spaventose sono uscite dalle tue interviste, gente che doveva
naufragare solo perché aveva la pelle scura, volevi riempire di
prosciutti le moschee e bruciare i campi rom.
Sai, Fabrizio, all’inizio ho creduto che fossi semplicemente
impazzito. Succede, di impazzire dal dolore. Ma poi ho capito, ed è
stato peggio.
Tu volevi ancora essere tra i vincenti. Ad ogni costo. Tuo figlio, in
un modo subliminale, ti aveva ributtato nel mondo degli altri, di noi
perdenti, Fabrizio, quelli che si devono rimboccare le maniche, e che
la gente non invita alle feste. E tu in quel mondo non ci vuoi più
stare, hai sofferto troppo, e ora faresti qualsiasi cosa per tenertene
lontano. Anche buttare a mare tutti quelli che non sono tuo figlio,
ignorando che lui sarà sempre uno di loro, uno di noi.
Se tuo figlio potesse parlare – ignoro se possa farlo o meno – ti
direbbe: «Papà, insieme a quei bambini dalla pelle scura, a quei rom,
questa gente, i vincenti, gli arrivati, quelli che stanno nei posti di
potere, ci mettono anche me…».
Io non sarò mai un vincente, e tu in questo modo, non stai dalla mia
parte, ma dalla loro. Un mondo che esclude gli ultimi esclude anche
tuo figlio, Fabrizio, e tu sei in quel mondo, lo blandisci, lo
proteggi. Ti permetti di avallarlo pubblicamente, e di parlare come
genitore di un ragazzo con autismo. Ti permetti di parlare a nome
nostro, ma a nome mio, mi spiace, non parli.

Un mondo di steccati terrà fuori rom ed emigranti, profughi e
islamici. E i nostri figli insieme a loro. Solo un mondo aperto e
solidale è il mondo adatto a tuo figlio, ma tu sei disposto a
sacrificare, pur di rimanere tra quelli buoni, tra quelli ascoltati,
anche e proprio quel figlio che dici di amare tanto.
Caro Fabrizio, io non ho parole di odio per te, te ne hanno dette
altri, ma io per te ho solo pietà. Spero tu possa ritrovare quel
ragazzino un poco cicciottello che i bulli hanno ucciso, facendone un
bullo. Quello avrebbe riconosciuto negli emigranti, nei rom, in tutti
i diversi della terra, suoi fratelli, il bullo che sei diventato,
invece, li vuole morti.
Non fare vincere i bulli, Fabrizio, perché loro pesteranno tuo figlio
e nel loro mondo perfetto, non lo vorranno mai. Stai dalla parte
dell’umanità, perché un giorno ti guarderai allo specchio, e non ti
riconoscerai. E le tue parole per te saranno pietre, per te e per tuo
figlio. Le stesse pietre, lo stesso dolore che vuoi infliggere contro
quelli che, come tuo figlio e come il mio, sono inermi contro
l’arroganza, la presunzione e l’odio.
 Scegli, Fabrizio Bracconeri. Ma scegli contro la paura, e contro il
desiderio di appartenere ai tuoi carnefici.
La vera libertà sono le braccia aperte, non quelle armate.
La vera libertà sono parole d’amore, non di odio.
Abbraccio te, e abbraccio tuo figlio, malgrado tutto, sperando che un
giorno, tu ricambi il mio abbraccio.
Rosa, madre di Giovanni, persona con disabilità, amica dei rom, dei
migranti, del mondo.
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Giovanni Tommasini notizie dall'altrove.
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Scuola, disabilità e inclusione. Un disastro.
Giovanni Tommasini notizie dall'altrove.

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martedì 4 settembre 2018

Dislessia: le 10 cose da sapere prima dell'inizio della scuola. Giovanni Tommasini Notizie dall'altrove.



Oltre 250 mila bambini e ragazzi in età scolare hanno un disturbo specifico dell’apprendimento. Riconoscere i primi segnali di DSA è importante per evitare che l'esperienza scolastica diventi frustrante. Ecco un decalogo messo a punto dall'Istituto Serafico di Assisi
Oltre 250 mila bambini e ragazzi in età scolare hanno un disturbo specifico dell’ apprendimento, per una percentuale stimata tra il 3 ed il 5% della popolazione scolare. Dislessia (disturbo specifico della lettura), disortografia e disgrafia (disturbo specifico della scrittura), discalculia (disturbo specifico del calcolo) emergono spesso a scuola: bambini e ragazzi incontrano ostacoli e difficoltà piuttosto importanti che rendono l’esperienza scolastica faticosa e frustrante, con molti disagi sul piano emotivo, che incidono negativamente sulla motivazione, sull’autostima, sull’immagine di sé e sul benessere generale, fino a innescare meccanismi di fuga da tutto quello che ha a che fare con la scuola. Anche le ripercussioni sulla famiglia sono importanti, in termini di conflittualità e di impegno. L’Istituto Serafico di Assisi lancia un decalogo di informazioni e consigli utili, redatto con il supporto degli specialisti del Centro di Ricerca InVita, per fornire a genitori ed insegnanti gli strumenti utili a riconoscere i primi segnali di DSA e di conseguenza intervenire in modo idoneo e tempestivo, dando a fili e alunni il giusto supporto, favorendone il successo scolastico e promuovendo lo sviluppo delle loro potenzialità, senza mai farli sentire inadeguati.

LE 10 COSE CHE GENITORI E INSEGNANTI DOVREBBERO SAPERE SUI DSA

Cosa sono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento?
Sebbene siano definiti “disturbi”, non sono una malattia. Hanno un’origine neurobiologica e dipendono dalle peculiari modalità di funzionamento delle rete neurali coinvolte nei processi di lettura, scrittura e calcolo. Non pregiudicano quindi le capacità cognitive e non sono causati né da deficit di intelligenza o sensoriali, né da problemi ambientali o psicologici: sono invece caratteristiche specifiche dell’individuo, così come ad esempio l’orecchio musicale o il senso dell’orientamento.
Quali sono i DSA?
Sulla base del tipo di difficoltà specifica che comportano, i DSA si dividono in: Dislessia, Disortografia, Disgrafia e Discalculia. La dislessia è il disturbo più comune: è il disturbo specifico della lettura, si caratterizza per la difficoltà nell’effettuare una lettura accurata e fluente in termini di velocità e correttezza. Tale difficoltà può avere ripercussioni sulla comprensione del testo scritto. La disortografia è disturbo specifico della scrittura che si manifesta con difficoltà nell’apprendere ed automatizzare le regole di conversione fonema-grafema e la corretta forma ortografica delle parole. La disgrafia è il disturbo specifico della componente esecutivo-grafica della scrittura: di natura motoria, inerente la difficoltà ad imparare a scrivere in modo fluido, armonico e leggibile a causa di un deficit nei processi di realizzazione grafica. La discalculia, infine, è il disturbo specifico delle abilità di calcolo, con difficoltà importanti nell’automatizzazione dei processi di calcolo sia mentale che scritto, nell’acquisizione e recupero dei fatti numerici (come le tabelline, gli “amici del dieci”, etc.) e, in generale, nel comprendere e operare con i numeri.
Come si riconoscono i DSA?
I DSA possono presentarsi da soli, associati tra loro, oppure con altri tipi di disturbo, come la difficoltà di coordinazione motoria e/o associati a disturbi dell'attenzione o del linguaggio. Per quanto riguarda i segnali legati alle abilità di lettura, generalmente un bambino/ragazzo con DSA manifesta difficoltà nella conversione grafema/fonema all'inizio della prima elementare, che si trasforma successivamente in una lettura lenta e frammentaria, con molte omissioni, inversioni, sostituzioni di fonema, invenzione di parole, scarsa comprensione del significato delle singole parole e poi dell’intero testo scritto. Per le abilità di scrittura, i primi segnali sono dati da una scarsa autonomia nella trascrizione delle parole, con la presenza di molti errori di tipo fonologico (ad esempio lo scambio di lettere, inversioni, omissioni) e, in seguito, lo scarso controllo delle regole ortografiche, la separazione adeguata delle parole, l’uso dell'apostrofo, il controllo delle omofone non omografe, oppure delle regole fonetiche (errori nell'uso delle doppie o degli accenti). Per la grafia, invece, i segnali sono dati dalle gravi difficoltà nel passare dallo stampato maiuscolo al corsivo, dall'incapacità a restare nel rigo, dall'imprecisione del tratto, dalla postura scorretta, dall'affaticamento, dalla lentezza, dalla leggibilità o meno. Per le abilità aritmetiche alcuni segnali sono dati dalle difficoltà che si manifestano inizialmente nel conteggio da 1 a 20, seguite da quelle nel conteggio all'indietro, nell'apprendimento mnemonico delle tabelline, nel calcolo a mente entro la prima e la seconda decina, nella comprensione del valore posizionale delle cifre.
Quando è possibile fare una diagnosi e perché è importante?
Effettuare una valutazione specialistica permette di capire se effettivamente si tratti di un Disturbo Specifico dell’Apprendimento. La diagnosi può essere fatta solo alla fine della seconda elementare per la letto-scrittura e alla fine della terza elementare per le abilità aritmetiche. Tuttavia, se si hanno dei sospetti, non è da escludere la possibilità di effettuare una valutazione specialistica prima dei tempi indicati, perché la presenza di una condizione di rischio più o meno grave, soprattutto se vi è un pregresso ritardo/disturbo del linguaggio o se ci sono persone con DSA nel nucleo familiare, richiede un intervento di recupero quanto più precoce possibile.
A chi bisogna rivolgersi per una diagnosi?
È consigliato consultare una struttura sanitaria specializzata nei disturbi del neuro-sviluppo e richiedere una valutazione specialistica che verrà fatta mediante specifici test. Ci si può rivolgere ai centri per l'età evolutiva dell'ASL o a centri privati accreditati dal Sistema Sanitario Nazionale per questo tipo di attività e abilitati alla diagnosi e alla sua eventuale certificazione.
Quali interventi specialistici sono utili al trattamento dei DSA?
Dopo aver effettuato una valutazione specialistica ed aver validato la diagnosi di un DSA, sarà compito dello specialista individuare il trattamento più efficace per ogni paziente. Ogni trattamento dovrà essere personalizzato e dovrà trovare supporto corale nella scuola attraverso la predisposizione di un Piano Didattico Personalizzato (PDP).
Qual è il ruolo della scuola in caso di diagnosi di un DSA?
Per garantire il diritto all’istruzione a tutti gli alunni con DSA, favorirne il successo scolastico anche attraverso misure didattiche di supporto e promuovere lo sviluppo delle loro potenzialità, la legge 170 del 2010 prevede la predisposizione di un Piano Didattico Personalizzato (PDP). Il PDP è un progetto educativo e didattico commisurato alle potenzialità dell’alunno, che ne deve rispettare i tempi di apprendimento e ne deve valutare i progressi rispetto alle abilità di partenza. Al suo interno devono anche essere definiti tutti i supporti e gli accorgimenti con cui si intende sostenere l’alunno durante il percorso di studio, comprensivo delle misure dispensative e degli strumenti compensativi necessari alla realizzazione del successo scolastico.
Come si riconosce in un alunno un probabile Disturbo Specifico dell’Apprendimento?
Oltre alle già menzionate attenzioni da rivolgere alle abilità di lettura, di scrittura, di grafia e di calcolo è opportuno fare riferimento e considerare come ipotetici segnali di allarme anche una generale difficoltà nelle attività che richiedono l'uso di apprendimento mnemonico e problemi nell’imparare i rudimenti delle lingue straniere. Anche in questo caso, eventuali segnali difformi potrebbero essere oggetto da parte dei medici di un’accurata valutazione volta a chiarire se siano o meno elementi riconducibili ad un fenomeno di DSA.
Quali sono le attività più funzionali per un alunno con diagnosi DSA?
Durante le lezioni è sempre opportuno avere accorgimenti idonei nei confronti degli alunni con DSA. Per esempio, nel caso di uno studente al quale è stato diagnosticato un disturbo della lettura, bisognerà farlo sempre sentire a proprio agio, evitando forzature nella lettura, specialmente ad alta voce davanti ai propri compagni. Per uno studente al quale è stato diagnosticato un disturbo di disortografia, una strategia da evitare è quella di fargli ricopiare in forma corretta ciò che ha sbagliato a scrivere. Una valida alternativa è l’utilizzo del PC che, grazie al correttore ortografico, rappresenta uno strumento efficace nella selezione delle singole parole. Se l’alunno dimostra difficoltà nella memorizzazione delle tabelline, delle regole o delle formule, sarà necessario dispensarlo dallo studio memonico e permettergli di utilizzare tabelle di regole, formulari e mappe concettuali. Per quanto riguarda l’apprendimento delle lingue straniere, le maggiori difficoltà si presentano nella scuola secondaria (perché l’approccio ludico di quella primaria è indicato per i bambini con DSA), pertanto si dovrebbe privilegiare la forma orale rispetto a quella scritta. In presenza di DSA, sarà inoltre preferibile l’utilizzo del vocabolario informatico per la ricerca di termini durante lo svolgimento dei compiti. Infine è raccomandato l’utilizzo degli strumenti compensativi funzionali come i sintetizzatori vocali e i creatori di mappe concettuali che vengono indicati dallo specialista in base alla diagnosi e permettono allo studente di diventare autonomo nello studio.
Come trattare l’argomento con i propri figli o alunni?
I bambini/ragazzi ai quali viene diagnosticato un DSA hanno bisogno di un aiuto in più per sviluppare un metodo di studio efficace e avranno quindi bisogno del supporto di uno specialista. Anche gli insegnanti dovranno adottare delle strategie appropriate e per fronteggiare tutte queste novità bisognerà spiegare con semplicità ai propri figli o studenti che le difficoltà riscontrate a scuola o nel fare i compiti riguardano solo alcuni ambiti specifici. Sarà quindi importante mettere in risalto che è comunque possibile trovare un modo alternativo di apprendimento, più adatto alle loro necessità. L’approccio migliore è quello di non allarmarli e spiegare loro che è molto importante conoscere se stessi per comprendere le principali difficoltà che riscontrano nello studio al fine di aiutarli a valorizzare ed esprimere al meglio il loro potenziale.
Per approfondimenti, l'Istituto Serafico di Assisi ha realizzato il quaderno "I disturbi specifici dell'apprendimento".

L'articolo su Vita.it

http://www.vita.it/it/article/2018/08/30/dislessia-le-10-cose-da-sapere-prima-dellinizio-della-scuola/148861/


Le sinossi dei miei primi cinque Ebooks.

La scuola italiana sui disabili? Bocciata su tutta la linea. Giovanni Tommasini Notizie dall'altrove.


La Corte dei Conti boccia il nostro sistema educativo. Da eccellenza,
stiamo lentamente regredendo. E la politica non mostra alcun interesse
per migliorare le cose.

Scuola italiana bocciata rispetto all’inclusione degli studenti con
disabilità. La relazione della Corte dei Conti relativa quinquennio
2012-2017 e pubblicata negli scorsi giorni, “parla” chiaro: il modo in
cui viene gestita la presenza dei disabili fa acqua da tutte le parti.
Non si tratta unicamente di una spesa eccessiva - il sistema
“disabilità scolastica” costa 5,1 miliardi all’anno, di cui 4 servono
solo per gli stipendi ai docenti di sostegno specializzati -
conseguenza di un’inadeguatezza nella pianificazione delle risorse a
livello di amministrazione centrale. Ci sono diversi altri nodi
critici a livelli differenti: il documento mette in luce l’incapacità
del MIUR di pianificare le risorse per l’inclusione, intesa come
carenza nell’individuare le esigenze e quindi il numero e il tipo di
interventi da erogare, sia sul piano educativo che su quello
economico. Ciò comporta spesso anche una dilatazione considerevole dei
tempi necessari affinché queste risorse vengano assegnate. A ciò si
aggiungono la mancanza di un sistema di rilevazione statistica degli
studenti disabili a livello nazionale (accesso e frequenza, esito
scolastico e risultati curricolari) e l’assenza di uno strumento
efficace di monitoraggio e valutazione dei percorsi di inclusione che
consenta poi di effettuare delle stime realistiche sul rapporto
costi-benefici dei medesimi.

TROPPA BUROCRAZIA E RIGIDITÀ DA PARTE DELLE ISTITUZIONI SCOLASTICHE.
   La Corte ha denunciato anche la farraginosità dell’impianto
burocratico (una grande quantità di uffici all’interno del ministero
dell’Istruzione non dialoganti tra loro e altrettanto numerosi Uffici
scolastici regionali e provinciali aventi analoghe funzioni), la
rigidità delle procedure operative e l’assenza di un coordinamento
efficace tra le istituzioni che si occupano dell’inclusione degli
studenti con disabilità – scuola, enti locali, servizi sanitari – le
cui conseguenze si ripercuotono sulle famiglie e sui discenti stessi.
Un esempio concreto? Il figlio della signora che mi assiste durante il
pranzo ha ottenuto di recente la certificazione d’invalidità
necessaria per aver diritto all’insegnante di sostegno. Da due mesi a
questa parte la madre sta facendo la spola tra ufficio scolastico
provinciale e sede Ussl cercando qualcuno che le sappia dire se a
settembre il ragazzo potrà usufruire di supporto didattico. Pare una
mission impossible: in ogni ufficio in cui entra viene rimandata
altrove perché «la questione non è di nostra competenza». E non si
tratta di una situazione isolata: da un’indagine Istat risulta che
l’8,5% delle famiglie degli studenti disabili ha presentato ricorso
per avere un maggior numero di ore di sostegno.
I docenti che ricoprono questo ruolo, seppur in aumento, non riescono
a soddisfare l’esigenza: a fronte di 254 mila studenti con disabilità,
ci sono solo 139 mila professori di sostegno, la cui continuità
educativa non riesce per altro ad essere garantita. Secondo la Fish
circa l’80% di studenti cambia due insegnanti di sostegno l’anno.
Eppure molti sono specializzati e da anni aspettano invano di poter
essere ammessi ai concorsi per l’immissione in ruolo (la situazione in
Veneto è in questo senso paradossale). D’altro canto negli ultimi anni
stiamo assistendo al boom delle certificazioni di invalidità: i
bambini e ragazzini con deficit diagnosticato sono in continuo
aumento. Ma chi viene certificato oggi? Come mai sono aumentate così
tanto le diagnosi? La Corte dei Conti si è espressa su questo nodo
critico dichiarando che attualmente il legame che sussiste tra
disabilità e accertamento medico-legale non è in linea con quanto
espresso dalla Convenzione Onu per i diritti delle persone con
disabilità.

“A fronte di 254 mila studenti con disabilità, ci sono solo 139 mila
professori di sostegno”

Quali sono le ricadute pragmatiche di tutto ciò? Un piccolo esempio
provocatorio: il disturbo di attenzione e iperattività (ADHD).
Nonostante tutta una corrente psicologica e psichiatrica ne abbia
dichiarato l’inesistenza e che addirittura il suo inventore, in punto
di morte, lo abbia definito un disturbo fittizio, negli ultimi anni
questa supposta patologia è stata diagnosticata a moltissimi bambini e
ragazzi. La diagnosi di ADHD dà diritto alla certificazione
d’invalidità e, di conseguenza, a usufruire delle ore di sostegno
didattico. Ma questo “disturbo”, per chi crede nella sua esistenza, si
cura anche con un intervento di tipo farmacologico. Ciò significa
somministrazione di psicofarmaci a minori. Ma vuol dire anche
“etichettamento” e stigmatizzazione di chi viene diagnosticato. Che da
uno studente con questa diagnosi non ci si possa aspettare un buon
livello di attenzione e apprendimento è una certezza risaputa da tutti
i docenti. Quindi il ragazzino “iperattivo” avrà diritto
all’insegnante di sostegno ma chi crederà nella possibilità che possa
conseguire una brillante carriera scolastica?

LA REGRESSIONE DEL SISTEMA EDUCATIVO ITALIANO.
   La scuola italiana ha un passato glorioso in termini di politiche a
favore dell’inclusione degli studenti con disabilità. Il nostro
sistema educativo, a partire dagli Anni 70 ad oggi, è da sempre stato
giudicato in tutto il mondo come il più avanzato. Negli ultimi anni
invece mi sembra che stiamo assistendo a una rapida inversione di
tendenza. Perché? In quale direzione si sta avviando la scuola
italiana? Ma soprattutto, che tipo di scelte si stanno compiendo a
livello politico per promuovere percorsi didattici ed educativi
veramente inclusivi? Recentemente sono stati presentati i decreti
applicativi della riforma del sostegno, che saranno emanati entro fine
settembre. Le novità introdotte dalla riforma, che tali decreti
renderanno operative, stanno suscitando molte polemiche da parte delle
famiglie e degli stessi docenti di sostegno. Non a torto, secondo me.
Comprendere la struttura e l’organigramma del sistema scuola e
renderli comprensibili ai non addetti ai lavori non è un’impresa
semplice ma credo sia indispensabile per poi riflettere sulle
possibili logiche alla base delle scelte dei legislatori. Prima delle
riforma le proposte relative alla quantificazione delle ore di
sostegno da destinare ai singoli istituti venivano elaborate da gruppi
di studio e di lavoro (Gli e Glho) interni e composti dai
rappresentanti dell’intera comunità scolastica - dirigenti, docenti
curricolari e di sostegno, genitori, operatori socio-sanitari,
studenti (nelle scuole superiori).
Questi gruppi, operando a livello dei singoli circoli didattici e
delle singole scuole, avevano il polso della situazione circa le reali
esigenze degli alunni e ciò consentiva loro di formulare all’Ufficio
scolastico regionale (Usr) proposte ad personam riguardo alla quantità
di ore di sostegno da assegnare. Ora invece il compito di proporre
l'entità di risorse da elargire spetterà al Gruppo Inclusione
Territoriale (Git) che interverrà e opererà in un ambito territoriale
più ampio rispetto alle singole scuole e sarà composto prevalentemente
da dirigenti scolastici. Come farà il Git a intervenire ad personam,
cioè ad avere un quadro dettagliato delle necessità specifiche di ogni
istituto e alunno disabile che lo frequenta?
 Il Git sarà composto in misura prevalente da dirigenti scolastici e
qualche docente ma al suo interno non ci sarà nessun rappresentante
delle famiglie degli studenti con disabilità.

“Il Git sarà composto in misura prevalente da dirigenti scolastici e
qualche docente ma al suo interno non ci sarà nessun rappresentante
delle famiglie degli studenti con disabilità.”

Che tipo di criterio adotterà nella spartizione delle risorse, quello
educativo o quello economico? Il focus degli interventi sarà centrato
sulle necessità dell’alunno o sulla necessità di far quadrare il
bilancio d’istituto? Ricordiamoci che la riforma è stata realizzata
dai nostri parlamentari. Cosa sta loro più a cuore? Non so cosa ne
pensate voi ma io non riesco a individuare in chi legifera e ci
governa, tanto oggi quanto nel passato recente, un reale interesse nel
migliorare la qualità dello “stare a scuola”, sia degli studenti che
dei loro docenti. Cosa resta della qualità del sistema scolastico
italiano in materia di inclusione (e non solo)? Soltanto vuote
retoriche? Nonostante tutto, non credo. Penso che le tante forme di
protesta delle famiglie e degli insegnanti, singoli o riuniti in
sindacati e associazioni, a cui stiamo assistendo in questi mesi,
siano quei semi di ostinata speranza ed impegno nati dal ”basso” che,
se innaffiati, potrebbero risollevare le sorti delle nostre scuole.

di Adriana Belotti
Se vuoi leggere l'articolo originale clicca
qui:

Le sinossi dei miei primi cinque Ebooks.


Alla Vostra pregiatissima attenzione i primi due di cinque video da me scritti e "interpretati" per il sito Educazione 3.0. I temi trattati : la relazione da tripla AAA, il percorso che porta dalle sensazioni alle emozioni, come vivere al meglio la nostra emotività, le sei convinzioni che non permettono un cambiamento nella relazione con sé stessi e l'Altro.
💞RELAZIONE DA TRIPLA A A A💞

Come possiamo dare un aiuto concreto ai nostri figli, quando li vediamo in difficoltà? Queste 3 "A" possono davvero fare la differenza!

#educazione30 #educazione #mammefelici #genitori #bambini #educazionebambini #triplaaa #relazione #aiuto #aiutiamoinostribambini

Per tutti gli insegnanti, educatori, studenti e, genitori e figli.

Cinque passi per superare le difficoltà emotive.

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=482494665554598&id=362267894243943

Come aiutare i nostri figli ad iniziare un percorso di cambiamento con la relazione da tripla AAA.

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=482422952228436&id=362267894243943


Vi chiedo cortesemente se possibile la condivisione sulla Vostra pagina Facebook.

Rimanendo a disposizione miei riferimenti personali giovannitommasini8@gmail.com 3481124999

Anche su YouTube





Cinque passi per superare le difficoltà emotive.

https://youtu.be/LjLkaK6z6WI



Come aiutare i nostri figli ad iniziare un percorso di cambiamento con la relazione da tripla AAA.

https://youtu.be/aofs1Q4QEWE



giovedì 9 agosto 2018

"Cinque passi per superare le difficoltà emotive" & "Come aiutare i nostri figli ad iniziare un percorso di cambiamento con la relazione da tripla AAA." I Video tutorial.








💞RELAZIONE DA TRIPLA A A A💞

Come possiamo dare un aiuto concreto ai nostri figli, quando li vediamo in difficoltà? Queste 3 "A" possono davvero fare la differenza!

#educazione30 #educazione #mammefelici #genitori #bambini #educazionebambini #triplaaa #relazione #aiuto #aiutiamoinostribambiniPer tutti gli insegnanti, educatori, studenti e, genitori e figli.
Come aiutare i nostri figli ad iniziare un percorso di cambiamento con la relazione da tripla AAA.

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Come affrontare le difficoltà emotive.


Il video su Facebook

Cinque passi per superare le difficoltà emotive. 


Tutti i miei Ebooks

Relazione d'Aiuto, quotidiana resilienza, racconti di sport, scrittura emotiva e una lettera d'amore.

Cinque Ebooks tanto rari quanto preziosi.

Progetti Editoriali Realizzati Onestamente a cura di Giovanni Tommasini. 



Le sinossi di presentazione  e i link per l'acquisto su Amazon.

Gli Ebooks sono disponibili su tutti gli stores online nazionali e internazionali.



La vera storia di una relazione d'aiuto reciprocamente e intensamente vissuta tra un giovane educatore e un bambino autistico. Cesare e Giovanni si conoscono nell'ambulatorio di un consultorio di quartiere di Genova. La proposta di provare per tre mesi un tentativo di assistenza domiciliare, si rivela un'occasione per mettere in contatto due personalità in piena crescita, mutamento, che entrando in sintonia vivranno 15 anni indimenticabili...
Lettera di prefazione "Soffrire assieme" del dott. Roberto Soriani psichiatra servizio salute mentale ASL 3 Genova.
Articoli introduttivi:
"L'autismo secondo me"
"Cosa intendiamo quando parliamo di Relazione d'Aiuto".
Articoli di postfazione
"La sindrome X fragile"
"Disabili intellettivi e relazionali vs abili intellettivi e relazionali"
Una produzione editoriale P.E.R.O Progetti Editoriali Realizzati Onestamente a cura di Giovanni Tommasini



L'ultima lettera alla mia prima fidanzata.


"La felicità non si vive, si ricorda".
Un libro, un ebook, questo, che va letto con il cuore completamente aperto.
L’autore fin dalle prime frasi ci spalanca con incantevole maestria ad una sensibilità estrema e delicata, che va letta come una lunga cantilena in cui farsi avvolgere dalle sensazioni e riporre noi stessi mentre la leggiamo.
Le pagine alternano la consapevolezza matura- derivante dalla conoscenza del tempo che è stato- alla dolce ingenuità dei sogni- strascico dell’incoscienza di un tempo che si spera mai passato, quello della nostra gioventù- in un assolo di voce maschile che rincorrere quella femminile, ricordando Michela.
Pagine che ci parlano in modo veritiero e diretto dell’amore, un amore in ogni sua forma e dimensione, dentro la moltitudine di impressioni che esso ci dona e con il quale ci suggestiona dentro la nostra esistenza, nel mezzo il tempo, giudice delle nostre scelte e metro di distanza sulle vicende che ci hanno visti protagonisti della nostra storia, il libro si snoda su questo concetto di tempo come ricordo e di memoria come tributo, al semplice volto di qualcuno che abbiamo amato e di tutto quello che con esso abbiamo provato.
Un tempo, citando l’autore, in cui l’altro esisteva per essere incontrato, quella straordinaria potenza che è l’incontro di qualcuno all’interno del nostro percorso solitario.
(dalla prefazione di Marta Borroni)
Progetti Editoriali Realizzati Onestamente a cura di Giovanni Tommasini

https://www.amazon.it/Lultima-lettera-alla-prima-fidanzata-ebook/dp/B07BFN6R9F/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1528355175&sr=1-1&keywords=Giovanni+Tommasini


Una vita senza. 
Una storia di quotidiana resilienza.


La ricerca della felicità, qual è la strada giusta da seguire? Una famiglia felice, coccole e dialogo. È quello che si legge su tutti i libri di fiabe, in tutti i manuali di pedagogia e psicologia che si studiano all’università, negli opuscoli distribuiti nelle strade. Ma è sempre così? 

L’opera “Una vita senza”, di Giovanni Tommasini, può essere introdotta con un’emblematica frase di Oscar Wilde: «I figli iniziano amando i loro genitori, in seguito li giudicano. Raramente, se non mai, li perdonano». 
Credo che il punto d’inizio sia proprio questo, l’amore di un bambino verso i genitori che non viene ricambiato, anzi, viene utilizzato come ariete per infliggere in esso dubbi, insicurezze, paure ed ansia. Un’ansia frenetica e continua, che non lascia spazio a dialoghi, chiarimenti e tregue psicologiche, ma che logora sia la mente che il corpo costringendo il soggetto a rifugiarsi nella scrittura o nei dialoghi immaginari con figure evanescenti con la speranza che lo portino via dalla patologica prigione di vetro in cui è nato.
“Conoscersi per poter Conoscere” è un paradigma essenziale delle Scienze Pedagogiche, con le tre “A” sintetizzate dall’autore: “Ascolto”; “Accoglienza”; “Attenzione”, le quali insieme alle tre “S”, ossia: “Sapere”; “Saper fare”; “Saper essere” generano le fondamenta che aprono le strade ai sentieri della vita. Giovanni comincia con la rievocazione dei ricordi, anche quelli più complessi e dolorosi, con una lucida analisi descrittiva, come se stesse parlando in terza persona (cosa che poi effettivamente farà ad un certo punto del racconto), riscoprendo il sé bambino e dialogando con lui. 

Il libro “Una vita senza” si legge tutto d’un fiato, il linguaggio è scorrevole, secco ed essenziale. Molti periodi, volutamente brevi, lasciano spazio al lettore ad immaginare le situazioni, immergendolo nel pieno degli episodi. Avere a che fare con una famiglia problematica e violenta provoca profonde cicatrici nell’animo umano, da cui si protraggono anni ed anni di cure educativo-comportamentali, psicologiche ed alcune volte psichiatriche; fin troppe volte ho visto entrare ed uscire dal mio ufficio minori ed adulti assuefatti da barbiturici e psicofarmaci, oppure consumati dalle droghe finendo pedine nelle mani dalla criminalità organizzata, con l’incoscienza nell’essere vittime predestinate di quella prigione di specchi che vanno via via frantumandosi, a piccoli pezzi, e si conficcano nel sistema nervoso, distruggendo la loro vita, limitando quella di altri. 
Ma con Giovanni è stato diverso. Egli sin da bambino trasforma le angherie in forza interiore, la violenza fisica e mentale in ascolto e dialogo, la ricerca delle "parole per dirlo" in una primordiale scrittura emotiva e nella lettura di libri di grande spessore. Giovanni non è uno dei tanti sopravvissuti, ma un uomo che ha scelto di vivere e che non si è piegato alle ipocrisie della nostra cieca società, poiché Giovanni svolge il mestiere di Educatore. Ed ha scelto di farlo con gli “invisibili”; i disabili. Affrontando le grandi paure del nostro tempo, ossia “il diverso”, l’estraneo, il malato. Ecco la sofferenza che diviene “resilienza”, il connubio di elementi istintivi, affettivi, emotivi e cognitivi che forgiano un carattere capace di assorbire gli urti mantenendosi integro nel tempo. Giovanni trasporta il proprio, profondo, rispetto per la vita anteponendo l’essere umano prima del caso clinico o patologico; ecco spiegato il segreto della sua profonda capacità empatica.


https://www.amazon.it/Quotidiana-resilienza-provocatoria-libertà-scrittura-ebook/dp/B01MDMYC7V/ref=sr_1_17?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1530198193&sr=1-17&keywords=Giovanni+Tommasini


Il sogno americano del TOMATO BASEBALL CLUB


Dal Libro L'ARTE DEL BASEBALL, ormai fuori produzione, la versione Ebook dei racconti sulla mitica squadra del TOMATO BASEBALL CLUB.

Quando lo sport incontra la storia e la passione per elevarsi ad una dimensione culturale.

Era l'anno1976. Quindici bambini condotti e "rapiti" da due mentori appassionati, Marcello e Fulvio, iniziarono a vivere assieme il più classico "viaggio dell'eroe" ben descritto da Christopher Vogler. 

A partire dai sotterranei di un parcheggio al centro della "spettacolare" Sanremo, sognando l'America, daranno vita ad una indimenticabile esperienza indossando le casacche arancioni del TOMATO BASEBALL CLUB.

Questi racconti permettono di vivere in prima persona, tramite i loro occhi, ogni personalità espressa dai protagonisti di questa crescita, che, oltre che sportiva,  si traduce in una trasformazione umana e culturale del concetto stesso di "sport". 

Incontrando sul loro percorso la vita, la morte, e i più grandi autori classici e moderni, che daranno vita alla formazione impossibile.
​​​​​​Da Dante a Whitman, da Mozart a David Bowie, passeggiando assieme a Marylin Monroe e Joe di Maggio in paradiso alla ricerca del girone del battiecorri. 

I piccoli inconsapevoli eroi del baseball del TOMATO BASEBALL CLUB vi invitano alla lettura e condivisione della loro irripetibile avventura, che li porterà dalle "catacombe"  alla serie A, sino allo realizzazione del Sogno Americano con l'esordio in major league di Alex Liddi.

Dalla Prefazione di Giovanni Colantuono:

"Chi ha giocato a baseball, a mio giudizio, è una persona per certi aspetti speciale. Il baseball non è uno sport qualunque, il baseball non forma solo atleti veri. Il baseball forma uomini particolari.

Quando avrete finito di leggere questo libro avrete capito anche il perché ". 

Progetti Editoriali Realizzati Onestamente a cura di Giovanni Tommasini


https://www.amazon.it/sogno-americano-TOMATO-BASEBALL-CLUB-ebook/dp/B07DDQCPPV/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1527932169&sr=1-1&keywords=Giovanni+Tommasini+il+sogno+americano+del+TOMATO+BASEBALL+CLUB


La scrittura emotiva.
Io, scrittore per caso.


La mia storia di "scrittore per caso". Una riflessione profonda sui commenti dei lettori. "Le sue pagine mi hanno emozionato"....Il mio scrivere, il vostro leggere, percorsi assieme. Un viaggio dentro noi stessi, dall'esperienza quotidiana,alla ricerca di un senso, passando dai ricordi, per arrivare alle emozioni. La mia storia di "scrittore per caso" alla scoperta di un metodo espressivo. . La creazione del testo, presente in noi, da restituire per far del nostro esperito una strada da proporre e da seguire.
La scrittura e la relativa lettura emotiva.
Giovanni Tommasini


https://www.amazon.it/scrittura-emotiva-Editoriali-Realizzati-Onestamente-ebook/dp/B0113H0W88/ref=sr_1_8?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1526073334&sr=1-8&keywords=Giovanni+Tommasini